Interpretazione giuridica e incertezza del diritto

di Francesco Improta

Articoli di questo autore (5)

 

GavelSi definisce interpretazione giuridica il processo logico cognitivo svolto dall’autorità giudicante per applicare al fatto concreto la norma ricavata dalla legge. Questo procedimento è indefettibile, ed è di estrema importanza poiché è a fondamento dei principi di legalità e di certezza del diritto. C’è da notare che è diventata prassi l’accettare che l’interpretazione del giudice possa “oltrepassare” il testo di legge, aumentando o riducendo l’ambito di applicazione della stessa se non addirittura ricavando nuove fattispecie. L’inerzia nella doverosa normazione dell’attività interpretativa poi ha fatto venir meno alcune garanzie del cittadino in quanto esposto alle ambiguità della legge che lo trova in ragione o in torto in base soprattutto alla valutazione dell’interprete; questo comporta che la stessa identica fattispecie della medesima norma verrà disciplinata in maniera sempre differente facendo venir meno ogni possibilità di certezza dei rapporti giuridici.

La necessità di un’interpretazione univoca dell’ordinamento ha portato alla nascita delle cosiddette corti di cassazione, che in teoria dovrebbero garantire la corretta applicazione della legge, ma si sta rivelando un meccanismo insufficiente, in quanto non vincola in alcun modo i giudici degli altri gradi di giudizio, se non in sporadici casi, a conformarsi all’interpretazione sentenziata dalla suprema corte, alle volte poi quest’ultima ricava una ratio legis del tutto difforme dalla volontà del legislatore, introducendo di fatto modifiche all’ordinamento che spetterebbero al potere legislativo, non a quello giudiziario. L’assoluta incertezza del diritto è uno dei motivi dello scarso interesse degli investitori esteri nel nostro paese poiché oltre a una tassazione molto pesante, devono sottostare a un eccesso di regole molto spesso contraddittorie nell’applicazione (soprattutto in ambito fiscale) che rallentano o paralizzano del tutto quelle che dovrebbero essere le normali dinamiche di qualsivoglia attività economica. Va rifiutato inoltre il principio che vede una norma cambiare significato a seconda del mutare del tempo o del contesto sociale; ovviamente esiste un’evoluzione di vari aspetti della società ed è doveroso che le leggi si adeguino quando necessario a tali cambiamenti, ma come affermato in precedenza tale onere spetta al potere legislativo; appare giusto invece che il giudice applichi la volontà espressa dalla legge nel momento in cui è stata emanata rispettando l’intenzione originaria del legislatore. Non è ammissibile che la stessa norma regoli la stessa fattispecie in modo difforme a seconda del tempo poiché essendo imprevedibile la fantomatica evoluzione sociale diventa imprevedibile capire in che modo la legge sarà applicata e consentendo di fatto una modifica della legge a opera del giudice si vìola il principio di separazione dei poteri. Proprio questo principio, viene considerato unicamente nella parte che riguarda le limitazioni al potere esecutivo, ma non è meno grave che gli altri poteri assumano funzioni che non gli competano.

La grandezza dello stato di diritto è nell’accettare la subordinazione alla legge, e a tale dovere è tenuta anche la democrazia stessa, ma è giusto essere subordinati alla legge non all’arbitrio di coloro che sono chiamati ad applicarla; non è ammissibile che il potere giudiziario giunga a sostituire di fatto quello legislativo o che concorra con esso nella regolamentazione di fattispecie, giungendo in casi estremi ad annullare di fatto le legittime decisioni prese dalle assemblee democraticamente elette. Molto spesso cittadini (giustamente) delusi dalla politica vedono nell’azione del giudice il sistema per sanare i mali della società, ma in tal modo l’ordinamento stesso viene compromesso in quanto gli organi di giurisdizione dovrebbero essere unicamente uno strumento della legge; invece in modo costante e progressivo hanno eroso l’autorità che spettava agli altri poteri dello stato, prima affermando il valore positivo delle norme della costituzione, introducendo un sindacato illimitato e arbitrario su ogni atto giuridico o normativo indipendentemente da chi lo pone in essere, al punto tale di poter modificare le leggi tramite le cosiddette sentenze additive emesse dalla corte costituzionale; poi affermando l’abrogazione tacita delle già limitate norme sull’interpretazione presenti nelle c.d preleggi, senza averne diritto in quanto non sono presenti leggi promulgate successivamente che ne modifichino la regolamentazione, e in tal modo hanno eluso il controllo della legge sull’attività interpretativa del giudice, infine giungendo ad aggiungere fattispecie di non punibilità, non previste o immaginate in modo diverso dal legislatore, a molte norme depenalizzando de facto molti reati; allo stato attuale è errato affermare che la legge sia conoscibile in quanto è pressoché impossibile prevedere in che modo la fattispecie verrà regolata in quanto il giudice chiamato a valutare è diventato una variabile di non poco conto, ed è possibile essere in ragione davanti alla legge anche essendo vittima di reati, per poi non essere tutelati in quanto in difetto secondo la valutazione dell’interprete.

La certezza del diritto dovrebbe essere uno dei valori maggiormente considerati nella nostra società, pertanto appare imperativo il rendere certe le stesse norme sull’interpretazione affinché non ci sia più discrezionalità nell’applicazione delle leggi, affinché i tribunali diventino il luogo dove farle rispettare, non quello in cui si tenta e sempre più spesso si riesce a eluderle.

Designed by Daniele Bertoli. Developed by Pixelperfect