Tanto populismo per nulla!

Negli ultimi anni le arringhe dei politici e i titoli dei giornali hanno tuonato contro fantomatiche minacce e derive populiste. Il populismo è uno spettro terrificante che si annida dietro le parole, le opinioni e le decisioni dei propri avversari politici. Dietro le invettive antipopuliste indirizzate ai propri avversari politici si nasconde una realtà molto più semplice: la semplice imputazione di utilizzo della demagogia per attrarre consensi della popolazione civile, irretita da discorsi dalla forma pomposa ma che trattano in modo blando i problemi che la affliggono. Dinanzi alle asserzioni dei politici e dei giornali, i caratteri del populismo sembrano sfumare, il significato del termine viene travisato e le dinamiche di questo esperimento politico vengono erroneamente interpretate o ricordate. Il vero populismo, nonostante i parallelismi che si potrebbero delineare con la situazione politica ed economica italiana attuale, mostra caratteri del tutto differenti.

Il populismo è stata un’esperienza politica che ha preso vita nel corso degli anni Trenta e Sessanta nell’America Latina, culla per antonomasia dei populismi del Novecento. Si può facilmente dedurre che il suo avvio negli anni Trenta corrisponde a un tentativo di fronteggiare la crisi economica che, dalla caduta di Wall Street nel 1929, si propagò al mondo intero. Il «nazionalpopulismo», o semplicemente populismo, era stata la formula politica ed economica prescelta dai Paesi latinoamericani, configurandosi come il desiderio di rifuggire esperienze di tipo eminentemente socialista, fascista, e discostandosi dalle modalità adottate dagli USA con il New Deal.

Il modello nazionalpopolare imitava il fascismo in quanto, oltre a conferire poteri illimitati a un líder máximo, consolidava il potere di un’oligarchia che poteva definirsi come la naturale erede dei coloni, grandi mercanti e latifondisti, che controllavano il potere politico ed economico di intere regioni dei Paesi latinoamericani dopo l’indipendenza ottocentesca dalle potenze colonizzatrici (Spagna soprattutto). La differenza con il fascismo è da ricercare nell’obiettivo del populismo consistente nella riforma dell’amministrazione dell’economia statale, della redistribuzione del reddito, del rilancio dello sviluppo e delle attività produttive, degli investimenti in determinati settori economici sulla spinta dell’intervento pubblico. Nelle scelte economiche, al libero mercato venne preferito un modello protezionista, funzionale al cosiddetto «desarrollo hacia adentro» (sviluppo verso l’interno), che veniva combinato a un incremento dell’apertura verso il commercio internazionale, consistente nell’esportazione di materie prime prodotte in quantità copiose. Non è un caso se l’oligarchia, erede dei latifondisti del secolo precedente, rimase legata al settore dell’agricoltura, il settore trainante dell’intera economia sudamericana e con i cui proventi si sarebbe cercato in seguito di alimentare la difesa protezionistica e il pesante interventismo statale nei confronti del settore industriale.

In questo contesto si instaura l’ISI (Industria Sostitutiva delle Importazioni), pratica con cui il governo centrale foraggiava le industrie dei settori strategici, in modo tale da incentivare la produzione per il mercato interno, così da permettere l’autosufficienza del Paese e l’indipendenza dalle importazioni. È in questo caso che si manifesta l’anima protezionista dei regimi populisti, che tassavano le merci in ingresso nel tentativo di agevolare sul mercato interno le produzioni delle manifatture destinatarie del progetto ISI. Tuttavia il settore industriale, che in tal modo risultava «drogato» dall’interventismo statale, rendeva palese il dislivello di competitività tra le proprie produzioni e quelle estere.

La disordinata politica economica e il terremoto economico che venne generato da decisioni centrali così radicali produssero una urbanizzazione selvaggia e un esodo di massa dalle campagne alle città. La povertà endemica aumentò e il sistema di welfare adottato fu sottoposto a sforzi titanici nel tentativo di garantire il benessere dell’intera collettività, dovendo provvedere alla difficile mediazione tra il bisogno di sostenere la farraginosa macchina dello Stato assistenziale e la necessità di sostenere un mercato – con pesante presenza dello Stato – che doveva creare profitto e soddisfare il fabbisogno interno.

Dal punto di vista sociale questo tipo di regime permise un coinvolgimento quanto mai attivo delle diverse classi sociali alla vita politica. L’obiettivo del populismo era quello di ispirare negli animi dei suoi cittadini l’idea di una nazione unita, di uno sforzo nazionale congiunto per risollevare le sorti tragiche in cui erano sprofondate le nazioni latinoamericane a seguito della crisi del ’29. Il ceto sociale su cui il populismo puntò principalmente fu la classe media, quella porzione della società che sembrava esprimere in sé le necessità e le aspettative che infiammavano sia i ceti più abbienti ed elitari, sia i ceti più poveri, questi ultimi composti da una congerie di categorie molto diverse tra loro (lavoratori agrari, operai, disoccupati). Nel tentativo di creare un ambiente privo di conflitto sociale e all’insegna della concordia nazionale, i governi populisti si fecero promotori della nascita di organismi controllati centralmente. La conseguenza immediata fu la creazione di un partito ufficiale che si identificava con le istituzioni e l’implementazione di un sistema corporativo per mezzo di sindacati anch’essi statalizzati, in cui le istanze degli imprenditori e dei lavoratori dovevano trovare una mediazione in caso di contenzioso. Il tipico esempio di sistema autoritario, che permeava ogni aspetto della vita economica, politica e sociale di un Paese, aveva preso forma e si apprestava a intraprendere il percorso storico nel quale vivrà l’America Latina dagli anni Trenta agli anni Sessanta.

Il particolare periodo storico che vide l’insorgere di esperienze totalitarie in Europa (nel ’22 Mussolini in Italia, nel ’32 Salazar in Portogallo, nel ’33 Hitler in Germania, nel ’39 Franco in Spagna) spinse molti abitanti del Vecchio Continente a spostarsi nel Nuovo Mondo. L’incontro tra le esperienze politiche maturate dagli europei e i bisogni avvertiti dalle popolazioni americane, creò un miscuglio di idee politiche e un desiderio di esperienze de-statalizzate che facessero capo a una partecipazione politica alternativa, più libera e scevra dall’interventismo centrale. I club politici che sorsero spontaneamente differivano radicalmente o per alcuni particolari dall’ideologia propagandata attraverso i mezzi a disposizione del partito unico. L’esaurimento dell’esperimento populista fu accompagnato e produsse movimenti di studenti e lavoratori che, alla fine degli anni Sessanta, sfideranno i regimi populisti inaugurando forme di lotta politico-militare.

I focolai di dissenso e agitazione popolare si moltiplicarono a causa della miseria prodotta dalla cattiva gestione della Cosa Pubblica e i movimenti di rivolta vennero avversati dall’impiego massiccio della repressione militare, non distanziandosi di molto dai purtroppo noti regimi violenti. In poco tempo, all’ordine imposto e all’inquadramento della popolazione nelle istituzioni approntate dal governo centrale, fece seguito il crollo dell’intero sistema perfettamente organizzato. Mentre il caos dilaniava i Paesi latinoamericani si compì una minaccia forse peggiore per i diritti dei cittadini: le dittature militari.

Per evitare di stilare un compendio della storia latinoamericana, in questa sede ci si limiterà nell’affermare che i regimi militari si fecero promotori di un sistema politico basato sulla riapertura al libero mercato e alla lotta ad ogni forma di idea comunista, in perfetta simbiosi con il credo politico dei loro sostenitori statunitensi nel clima della Guerra Fredda. L’America Latina, in circa trent’anni di storia, oscillò da un eccesso a un altro, passando da un’indipendenza economica e politica dai potenti vicini USA – da cui discesero esiziali conseguenze in termini di squilibri di bilancio delle finanze statali – a un asservimento agli USA, che portò un parziale risanamento del debito pubblico, ma un peggioramento delle condizioni di vita dei cittadini e a un’influenza determinante degli statunitensi nella vita nazionale sudamericana.

I parallelismi tra un regime populista e l’attuale situazione italiana sono numerosi. Semplici esempi possono essere apportati notando la persistenza di un ampio interventismo statale, che aumenta di conseguenza la pressione fiscale sui cittadini. Fa seguito la presenza di un sistema sindacale sempre più prossimo ai vertici della politica e che tenta di mediare tra l’alto (istituzioni) e il basso (lavoratori). Da non sottovalutare è l’aumento di tariffe che mortificano la libera impresa, che impongono ingenti difficoltà all’avvio di imprese sul territorio, non permettendo l’attrazione di capitali esteri che investano e che rendano più dinamico il mercato del lavoro, riattivandolo e garantendo varie opportunità di impiego, crescita e specializzazione.

Nonostante le analogie che possono delinearsi tra la condizione italiana e il populismo latinoamericano, le due realtà risultano palesemente differenti. Se si considera anche la mancata specificazione dei caratteri del «populismo all’italiana» da parte di politici e giornalisti bercianti, appare evidente l’impossibilità di far coincidere le due esperienze storiche e politiche in modo nitido, a meno che non ci si voglia arrischiare a trarre ardite conclusioni seguendo analisi del tutto personali del fenomeno. In questa sede possiamo avanzare l’ipotesi che in futuro potrebbero essere i tanto accaniti anti-populisti a costituire il canale preferenziale con cui il populismo potrebbe fare capolino nel Bel Paese, dato che le azioni promosse da tutte le fazioni politiche attualmente in gioco, nonostante le invettive anti-populiste rivolte agli avversari, sembrano ricalcare scelte molto simili, con il sacrificio di libertà individuali a favore di una visione politico-economica più accentratrice e totalitaria. Perché, in fondo, ad essere populisti sono sempre gli altri.

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