Stevanato: «Serve una svolta federalista, di mercato e di responsabilità»

 

101335690-139467695r-1910x1000(Pubblicato anche su Strade). Il nostro paese ha, purtroppo, numerosi record negativi in fatto di pubblica amministrazione e finanza pubblica e gran parte del poco onorevole medagliere mondiale dipende una specialità olimpica nostrana: l’amaramente noto sistema fiscale tricolore. 
La pressione fiscale in Italia è infatti elevatissima, con pesanti conseguenze sulla competitiva e sulla crescita. I costi per pagare le imposte, inoltre, sono particolarmente alti per vie delle procedure burocratiche ostili e pletoriche.
 La prima azione necessaria che qualsiasi governo dovrebbe implementare per invertire la rotta dovrebbe essere quella della riduzione dell’inefficiente sistema fiscale, diminuendo in primis le tasse sul lavoro e sulle imprese.
 Inoltre, a fronte di un livello di spesa pubblica record, i cittadini-contribuenti ottengono servizi pubblici mediocri ed insoddisfacenti. Paghiamo tasse da paese diversamente scandinavo per ottenere servizi diversamente africani.

“Siete un grande Paese. Grande tradizione di commercio, voi avete inventato le banche e la contabilità. Ora dovete passare dal 50 per cento dell’economia controllata dallo stato al 10 per cento. Ecco come: 1) Privatizzare. 2) Privatizzare. 3) Privatizzare”. Così diceva Milton Friedman, uno dei capostipiti della scuola di Chicago, intervistato da Gianni Riotta nel maggio 1994.

Oggi, il fisco è un gigantesco Crono che divora i suoi figli. Condividiamo con il professor Dario Stevanato, ordinario di diritto tributario presso l’Università di Trieste, alcune riflessioni sul sistema fiscale che patiamo ed il paese in cui viviamo e lavoriamo. Quando, tra curva demografica ed emigrazione, questo fisco avrà sterminato fiscalmente le nuove generazioni, a chi toccherà?

Il peso del fisco in Italia è certamente eccessivo, specie sul lavoro e i produttori. È un male che viene da lontano, già nei primi anni successivi alla riforma degli anni settanta ci si era accorti che l’Irpef stava fortemente penalizzando i lavoratori. L’Italia è oggi uno dei Paesi in cui è più elevato il cuneo fiscale e contributivo.
Al netto dell’annoso problema dell’evasione, l’oppressione fiscale non risparmia autonomi e imprenditori. Si stanno invece in parallelo ampliando le categorie che sfuggono alla progressività dell’Irpef, come i titolari di redditi immobiliari, e ovviamente di quelli di capitale, anche se la pressione sulle rendite finanziarie, con il recente innalzamento al 26 per cento, è ormai assai elevata. Il rischio, che emerge in molte proposte demagogiche, è che si voglia alzare ancor più la pressione fiscale su un numero sempre più esiguo di contribuenti, sulle categorie più produttive del Paese.

Quindi come tornare a crescere, superando il drammatico scontro tra produttori di ricchezza e consumatori di rendita?

Occorre anzitutto, a mio avviso, ripristinare un minimo di equità orizzontale, oggi compromessa da una tassazione dei redditi “schedulare” e da innumerevoli regimi di eccezione. 
Il sistema fiscale italiano attua una “discriminazione qualitativa” alla rovescia, penalizzando il lavoro in tutte le sue componenti, con un prelievo che sfiora il 40 per cento già per bassi o medi livelli di reddito. 
La risposta non può dunque essere “più progressività”, che colpirebbe in modo selettivo soggetti già “tartassati”: per questo andrebbe considerata l’idea di un intervento universale nel segno dell’unificazione dell’aliquota, che ho provato a sviluppare in un libro in corso di stampa (“Dalla crisi dell’Irpef alla flat tax. Prospettive per una riforma dell’imposta sul reddito”, Il Mulino). 
Già fissare l’aliquota tra il 20 e il 25 per cento, per tutte le tipologie di reddito, compresi quelli prodotti in forma societaria, sarebbe per molti aspetti rivoluzionario: si otterrebbe infatti efficienza, equità, semplificazione, insieme a un’esenzione generalizzata dei redditi minimi, indispensabile per garantire la progressività dell’imposta, nonché una eliminazione delle numerosissime e distorsive tax expenditures. La perdita di gettito, nel breve periodo, sarebbe tutto sommato gestibile, anche alla luce dello stimolo alla crescita economica e alla riduzione dell’evasione che ci si può lecitamente attendere. L’alternativa è continuare con un sistema di tassazione ormai alla deriva, farraginoso, oppressivo, iniquo, che penalizza il lavoro, e che è reso sempre più frammentario dalla perversa logica dei “bonus” imboccata dall’attuale Governo.

Perché equiparare l’evasione a un furto non ci aiuterà a combatterla?

Perché chi evade non si impossessa di cose altrui, sottraendosi semmai a un’obbligazione di pagamento. E non è nemmeno un “ladro di servizi pubblici”, poiché il nostro ordinamento tributario non è retto dal principio della controprestazione. Ragionando diversamente dovremmo considerare un ladro il cliente che non paga il proprio fornitore, o il dipendente pubblico assenteista o fannullone. L’apparentamento dell’evasore a un “ladro” sottende inoltre due fallacie: da un lato l’idea che i redditi e le ricchezze individuali non appartengano a chi le ha prodotte, bensì allo Stato e/o alla collettività; dall’altro che l’evasione sia una patologia comportamentale privata, una devianza sociale da combattere con strumenti di politica criminale, e non invece un problema di organizzazione pubblica, di strumenti normativi e apparati burocratici in grado di indurre i contribuenti all’adempimento del dovere tributario. Che ovviamente aliquote molto elevate oggettivamente non favoriscono.

La vicenda Apple/Eire/Ue ha diviso l’opinione pubblica. Quando al di là di una frontiera si possono trovare condizioni migliori, la mobilità dei soggetti limita il potere dei governanti: in quale modo interpretare la vicenda e come auspicare si concluda?

Per come la vedo la Commissione UE ha ragione in astratto, nell’accusare l’Irlanda di un trattamento di favore verso Apple, contrario al divieto di aiuti di Stato. Faccio notare che non è in discussione il diritto di uno Stato di abbassare in modo generalizzato le proprie aliquote, per tutte le imprese che si insediano nel suo territorio, quanto di farlo in modo selettivo, anche agendo sui criteri di determinazione della base imponibile, creando così una distorsione della concorrenza. 
Detto questo, mi sembra che nel caso di specie l’Irlanda abbia concesso un ruling favorevole con il gettito degli altri, visto che Apple non realizzava le proprie vendite grazie alle (inesistenti) strutture irlandesi. In concreto, dunque, la decisione della Commissione UE introduce un inedito elemento condizionale nella restituzione dell’aiuto di Stato, dato che questo andrà ridotto di eventuali pretese che saranno avanzate da altri Paesi. Per questa ragione non è facile pronosticare l’esito finale della vicenda, che a rigore dovrebbe essere il seguente: “se e nella misura in cui l’Irlanda ha concesso uno sgravio d’imposta ad personam, su redditi che aveva il diritto di tassare, dovrà restituire l’aiuto goduto da Apple”. Altrimenti si assegnerebbe paradossalmente allo Stato irlandese risorse economiche che lo stesso non aveva titolo per tassare. Il sogno di veder sorgere nel Mezzogiorno una nuova Irlanda o una “tigre mediterranea” può essere perseguito solo con una svolta coraggiosamente federalista, di mercato e di responsabilità. Ogni entità locale chieda ai propri cittadini le risorse di cui ritiene di aver bisogno, si crei un circuito virtuoso di concorrenza tra i territori sulle tasse e sui servizi offerti, si consenta ai contribuenti – imprese e famiglie – di votare con i piedi.

Perché il federalismo o è fiscale o non è? Ed in che modo va implementato in Italia: da Nord a Sud?

Fuori da una riduzione generalizzata dei livelli di tassazione, peraltro auspicabile in un Paese connotato da un’elevata pressione fiscale qual è ormai da diversi anni l’Italia, la fiscalità di vantaggio incontra dei limiti severi nelle regole comunitarie, come quelle sul divieto di aiuti di Stato. 
Resta lo spazio teorico per un federalismo fiscale concorrenziale, per un’autonomia tributaria di Regioni ed enti locali, che però, anche a seguito della Legge delega 42/2009, è rimasta sulla carta. Al sistema dei trasferimenti si è sostituito quello delle addizionali e delle compartecipazioni al gettito di tributi erariali. Una parte delle risorse dovrebbe così restare sul territorio che le ha prodotte, ma vi sono poche leve effettive per decidere in autonomia il livello di spese ed entrate da parte delle Regioni.
 Il sistema delle compartecipazioni potrebbe anzi produrre inefficienza e spreco, come dimostra la passata esperienza di alcune regioni a statuto speciale. Un vero federalismo fiscale passa per una reale autonomia tributaria e di spesa delle Regioni, che richiederebbe un passo indietro dello Stato, il quale ha invece “occupato” tutti i presupposti imponibili facendo valere la sua “supremazia”. Difficile a questo punto ipotizzare una retromarcia dello Stato centrale: la tendenza in atto sembra anzi nel senso di una ricentralizzazione delle risorse e dei meccanismi decisionali di entrata e di spesa.

Quando si parla di “rendite finanziarie” (continuando colpevolmente ad attribuirne una connotazione negativa) temo che, nel paese con il 47% di analfabeti funzionali, in pochi colgano che si tratta di guadagni legittimi e legali derivanti da investimenti in azioni e altri strumenti quotati. 
Interessi e proventi da conti correnti, depositi e obbligazioni sono oggi tassati al 26% e senza indicizzazione dell’inflazione, col rischio che il prelievo intacchi il capitale. Ricordando che la scorsa aliquota era fissata al 12,5% (ancora in vigore per i titoli di stato) siamo destinati ad essere tartassati sine die?

Torno a dire, ormai il peso fiscale sulle rendite finanziarie è in linea con gli altri Paesi europei, che peraltro in molti casi concedono franchigie per il piccolo risparmio. Anche qui l’Italia sconta un gap culturale, esentando i redditi minimi in modo selettivo, solo se relativi a lavoro dipendente e pensione, forse per un riflesso anticapitalistico a corrente alternata, come dimostra l’ipotesi opposta ed estrema, discussa al Tesoro qualche mese fa, di agevolare i rendimenti degli investimenti finanziari di lungo periodo, che verrebbero interamente detassati. 
La logica è insomma sempre la stessa: anziché affrontare i problemi strutturali della tassazione la cifra politico-legislativa resta quella, effimera, della “fiscalità dei bonus”.

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