America e Francia, due rivoluzioni agli antipodi

 

10531657_678893925493176_202036156_o_Quante volte sarà capitato di trovare, sui libri di scuola ma anche altrove, quel paragone tra la rivoluzione americana e la rivoluzione francese contenente l’affermazione d’una continuità fra i due eventi, visti uno come conseguenza piú o meno indiretta dell’altro? Di fronte a un tale assioma bisognerebbe però domandarsi perché, nel caso francese, la società e i suoi equilibri tradizionali siano usciti stravolti dalla rivoluzione, mentre non si può asserire la stessa cosa riferendosi a quel che avvenne all’indomani del 1776 nelle Tredici Colonie d’oltreoceano. La risposta è banale: non v’è continuità o profonda affinità tra la rivoluzione americana e quella francese, né sul piano delle cause, né su quello dei fini, né tantomeno su quello dei risultati.

A suffragio di questa considerazione si può addurre uno dei pochi saggi tradotti in italiano sull’argomento, ossia L’origine e i princípi della rivoluzione americana a confronto con l’origine e i princípi della rivoluzione francese del politico prussiano Friedrich von Gentz (1764–1832), il quale, confrontando i due episodi, ne sottolinea la radicale irriducibilità e le solo superficiali somiglianze, le quali non mutano la sostanziale differenza degli eventi presi in considerazione. Inoltre, è utile ricordare che uno strenuo oppositore della rivoluzione francese quale fu il liberalconservatore irlandese Edmund Burke (1729–1797) vide con simpatia la causa americana, ritenendo legittimi i moventi che spinsero i coloni a insorgere.

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Per motivare l’affermazione con la quale quest’articolo è iniziato, vanno anzitutto analizzate le cause che portarono allo scontro aperto tra le Tredici Colonie e la madrepatria britannica. L’inizio dei dissidi può esser individuato nella volontà del governo inglese d’applicare alle colonie lo Stamp Act 1765, una legge volta all’aumento delle entrate tramite una maggior tassazione su determinati prodotti. Tale provvedimento suscitò l’opposizione dei coloni, poiché tradizionalmente l’imposizione di nuove imposte era possibile solo dopo previa rappresentanza nel Parlamento britannico (da lí il noto «No taxation without representation»), come fece notare il politico e futuro presidente americano John Adams (1735–1826):

Noi, inoltre, riteniamo questa tassa incostituzionale. […] Siamo, quindi, convinti che una qualunque tassa imposta dal Parlamento inglese contraddica lo spirito della common law e i princípi fondamentali ed essenziali della Costituzione britannica; poiché in quell’assemblea non siamo in alcun modo rappresentati […]. Tuttavia, la piú grave delle innovazioni è l’allarmante estensione dei poteri delle corti dell’ammiragliato.

Come si può notare da questa citazione, gli americani non entrarono in dissidio con l’Inghilterra in nome di quella libertà astratta che fu propria dei rivoluzionari francesi, bensí per difendere le tradizionali libertà inglesi — quelle libertà contenute nel Bill of Rights del 1689, nella Petition of Right del 1628 e anche nella Magna Carta Libertatum del 1215. Non a torto, quindi, lo storico statunitense Clinton Rossiter (1917–1970) scrisse che, «fino agli ultimi mesi prima dell’indipendenza, lo scopo costante della loro resistenza era di restaurare un vecchio ordine, e non di crearne uno nuovo; di tornare, insomma, “ai bei tempi di Giorgio II”».

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Alla luce di ciò, si può ritenere che l’unico vero atto «rivoluzionario» fu quello compiuto dalla corona inglese a danno dei coloni americani, i quali, nell’opporsi a esso, non misero in atto tanto una «rivoluzione» quanto una reazione in difesa delle antiche libertà inglesi. Stessa cosa non può esser detta riferendosi ai fatti di Francia, poiché i rivoluzionari in quell’occasione non presero certo le armi per difendere delle tradizioni messe in forse dalla corona. Sarebbe quindi piú opportuno, riferendosi al caso americano, parlare di «reazione» o di «rivoluzione conservatrice», piuttosto che di rivoluzione tout court.

Un altro elemento che può esser utile per dimostrare la tesi qui sostenuta consiste nell’osservare che, da quella che lo storico Oscar Sanguinetti definí «insorgenza atlantica», uscí un assetto costituzionale stabile e duraturo: la Costituzione degli Stati Uniti è rimasta sostanzialmente la stessa dalla sua emanazione — mentre non si contano le carte costituzionali della Francia post-1789.

Ulteriore punto di sostanziale differenza è il fatto — rilevato da von Gentz — che la rivoluzione americana aveva un «obiettivo fisso e definito», a differenza di quella francese, che «non ebbe mai un obiettivo definito e si mosse in mille direzioni diverse, confliggenti l’una con l’altra». Inoltre, la presenza d’uno scopo ben determinato è ciò che caratterizza una rivoluzione di stampo difensivo, come appunto quella americana, mentre quella francese fu sostanzialmente offensiva. Questo è dovuto anche al fatto che coloro che misero in atto l’insurrezione in America erano perfettamente consapevoli di non poter andare oltre un certo limite, con quegli ovvi risultati che permisero allo storico americano David Ramsay (1749–1815) d’affermare che «il popolo a malapena s’accorse che la costituzione politica aveva subíto un cambiamento» e, sempre a von Gentz, che «il Parlamento britannico aveva costretto il Congresso a proclamare l’indipendenza delle colonie, ma neanche questa misura estrema riuscí a far precipitare l’America nell’anarchia, né nella fase sconvolgente d’un interregno senza legge, né tantomeno in quel terreno scivoloso fatto da chimere e teorie astratte».

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Enorme, infine, la differenza nel rapporto con la religione tra gl’insorti americani e i rivoluzionari francesi. Scrive Luigi Sturzo (1871–1959):

Gli americani non rinunziarono alla fede e l’affermarono; i francesi implicitamente vi rinunziarono e l’offesero, pur parlando gli uni e gli altri della stessa concezione e arrivando alle stesse conclusioni; i primi perciò fissarono le basi dello Stato libero e moderno, s’intende con tutte le difficoltà, gli errori e le manchevolezze che la storia registra (pensare alla schiavitú dei neri); i secondi, pur basandosi sugli stessi elementi etico-giuridici, consacrarono una rivoluzione razionalista che dopo poco sboccò in un impero dittatoriale; rivoluzione e impero i quali, implicitamente o esplicitamente, negarono quei diritti cosí solennemente proclamati.

E tale differenza nei rapporti tra la sfera civile e la sfera religiosa è dovuta all’abisso esistente fra la concezione di «separazione Stato–Chiesa» propria della rivoluzione francese e quella della rivoluzione americana, come fatto notare dalla sociologa francese Danièle Hervieu-Léger:

È la nozione stessa di separazione che riveste, al di là dell’Atlantico, un significato molto diverso da quello che gli è proprio in Francia. La separazione alla francese fu elaborata per imporre alla Chiesa cattolica di limitarsi a perseguire obiettivi strettamente spirituali, se proprio non la si poteva costringere a limitare la sua attività alle sacrestie. Negli Stati Uniti, invece, è la libertà delle comunità religiose che il principio di separazione intende garantire, contro qualunque invadenza dello Stato.

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