Quelle disuguaglianze figlie della regolamentazione

di Federico Morganti

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advantages-disadvantages-bureaucracy_a9f7d23bcd660b43Un noto aforisma attribuito a Winston Churchill vuole che “il vizio inerente al capitalismo è l’ineguale ripartizione dei beni; la virtù inerente al socialismo è l’eguale distribuzione della miseria”. Il capitalismo – che è un sistema basato sullo scambio, sulla divisione del lavoro, sulla competizione – è indubbiamente compatibile con l’esistenza d’ineguaglianze di varia entità, non ultimo rispetto al reddito. D’altro canto, la responsabilità del capitalismo nel generare tali ineguaglianze richiede un ridimensionamento, o quantomeno una messa in prospettiva.

Per cominciare, non si metterà mai troppo l’accento sul fatto che una cosa è l’ineguaglianza, ben altra cosa è la povertà. Se A guadagna 2’000$ al mese e B guadagna 10’000$, non c’è eguaglianza ma nemmeno povertà; se A e B guadagnano entrambi 100$ al mese c’è invece sia eguaglianza sia povertà. In altre parole, mentre quest’ultima è indiscutibilmente un male, non necessariamente l’eguaglianza di ricchezza è un bene. In proposito è da ricordare che, secondo quanto riportato lo scorso ottobre dalla World Bank, nel 2015 la percentuale di popolazione affetta da povertà assoluta è scesa per la prima volta al di sotto del 10%. E questo non dipende da redistribuzione, bensì da più alta produttività (senza dimenticare che la prima presuppone logicamente la seconda).

In secondo luogo, l’associazione tra capitalismo e ampie disparità di reddito non è affatto scontata. Per molti critici, il capitalismo coincide sic et simpliciter con lo status quo, ed esso è perciò automaticamente colpevole di qualsiasi problema sia riscontrato nella realtà. Ma il mercato opera in società complesse, intersecando fenomeni di varia natura, quali ad esempio le convinzioni d’origine culturale, ma soprattutto la regolamentazione statale. E nel caso delle ineguaglianze di reddito si può mostrare come la colpa sia sovente da ricercare in quest’ultima. Una recente discussione apparsa su National Affairs ha elencato, con riferimento al mercato del lavoro americano, una serie di “barriere legali all’ingresso o altre distorsioni create dallo stato che generano profitti eccessivi per gli attori di mercato esistenti”. Ecco alcuni esempi:

  • Gli igienisti dentali sono obbligati dalle leggi di molti stati a lavorare negli studi dei dentisti muniti di licenza. Questo consente ai dentisti di evitare la concorrenza che nascerebbe qualora agli igienisti fosse consentito aprire un proprio studio indipendente. Le stesse licenze, ad esempio quelle dentistiche e veterinarie, sono definite in modo talmente ampio da includere attività, come la pulizia dentale o i massaggi per animali, i cui rischi non giustificano l’erogazione dietro licenza. Di conseguenza, per quelle attività dentisti e veterinari sono protetti dalla competizione e possono erogare quei servizi a prezzi più alti.
  • Hanno simile effetto alcune restrizioni al mercato delle automobili. In primo luogo, tutti gli stati richiedono che i rivenditori d’auto ottengano una licenza, il che impedisce ai produttori di sfruttare altri canali, ad esempio la vendita sul web. Uno studio del 2010 ha rivelato come le leggi degli stati limitino le condizioni alle quali i rapporti di franchising possono essere terminati, annullati o trasferiti. Ciò penalizza i produttori, che sono impossibilitati ad aggiustare il proprio network per venire incontro a eventuali riduzioni della domanda. Ma le restrizioni alle possibilità dei produttori d’adattarsi al mercato non finiscono qui. Molti stati proteggono infatti i rivenditori dagli “sconfinamenti” dei produttori, i quali non possono stabilire nuovi franchising all’interno di un dato territorio se non dimostrano il “bisogno” di stabilire nuovi concessionari entro l’“area di mercato rilevante” per un rivenditore esistente. Ulteriore vincolo risiede nell’obbligo per i produttori d’applicare gli stessi prezzi per tutti i rivenditori, il che protegge i rivenditori più piccoli impedendo però lo svilupparsi di economie di scala.
  • Ben note sono poi le restrizioni al mercato dei farmaci, la produzione dei quali è soggetta a intellectual property, con l’effetto di limitare la circolazione di farmaci equivalenti. Allo stesso effetto contribuiscono poi i tempi di approvazione della Food and Drug Administration. Quando viene inoltrata la richiesta per la copia di un farmaco esistente, la FDA dovrà sincerarsi che il farmaco sia effettivamente lo stesso e che sia altrettanto sicuro dell’originale. Ma i tempi di approvazione della FDA sono lenti e il processo dispendioso. A tale inefficienza è attribuibile il recente scandalo di Martin Shkreli, l’imprenditore che lo scorso agosto acquisì i diritti commerciali del Daraprim – un farmaco usato contro malattie infettive come AIDS e tubercolosi – innalzando dal giorno alla notte il prezzo di una singola pillola da 13,50 a 750 dollari. La questione è stata risolta per via legale, ma una regolamentazione meno stringente avrebbe impedito al problema di presentarsi. Il medesimo farmaco è venduto in India a prezzi molto più bassi. Ma la legislazione americana vieta l’importazione di farmaci non approvati dalla FDA, un ostacolo burocratico che impedisce l’abbassamento dei prezzi che risulterebbe dalla compresenza di più attori sul mercato.
  • Un ulteriore driver di ricchezza verso l’alto proviene dal mercato immobiliare. Si tratta di un settore fortemente regolato e sussidiato, con forti vincoli alla fabbricazione di nuove case che si traducono in aumenti di prezzo stimabili, secondo l’economista di Harvard Edward Glaeser, nell’ordine del 50%.

Nei casi sopra elencati la concentrazione di ricchezza nelle mani di una minoranza è il risultato non del mercato ma di regolamentazioni che ostacolano la concorrenza, aumentando il prezzo di beni e servizi e “risucchiando” la ricchezza verso chi già la possiede. E se le regolamentazioni statali generano tali effetti in un paese market-oriented come gli Stati Uniti, tanto più grave sarà il loro impatto nei paesi in via di sviluppo, che oltre alle barriere al commercio coi paesi ricchi scontano la presenza d’istituzioni estrattive che rendono difficili l’impresa e l’innovazione. Una ricerca della George Mason University ha mostrato che i paesi con regolamentazioni più stringenti tendono a presentare ineguaglianze di reddito più spiccate e più ampie concentrazioni di ricchezza nelle mani del 10% più abbiente.

Casi come quelli elencati, che non sono né unici né rari, dovrebbero indurci non solo a spingere per un mercato più liberalizzato (auspicio che si scontra con l’esistenza di lobby molto influenti), ma anche a una maggior cautela nell’attribuire al mercato la responsabilità delle ineguaglianze esistenti, così come d’altri mali che affliggono la nostra società.

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