L’Europa della ragione e dell’Essere Umano

 

Raffael_058Di tutte le vicende bibliche che mi raccontarono al catechismo, mi rimase particolarmente impressa quella dell’olocausto d’Isacco. Dio ordinò ad Abramo d’offrirgli in sacrificio il suo unico figlio. Abramo, fedele al suo dio, condusse con sé Isacco su un monte, «costruì l’altare, collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sull’altare, sopra la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio» (Genesi 22,9–10). A questo punto Dio intervenne, informò Abramo d’esser soddisfatto della sua immensa fedeltà, e gli concesse di sacrificare un ariete in luogo d’Isacco.

Questa storia viene raccontata per insegnare ai bambini la fedeltà in Dio, una fedeltà cieca e priva d’esitazioni. La Bibbia, d’altronde, non si preoccupa d’informare il lettore dello stato d’animo del povero Isacco, né durante la preparazione al sacrificio né dopo. Eppure, un simile evento farebbe perdere la fiducia nel proprio genitore a qualunque figlio, per quanto devoto e affezionato.

I difensori della morale biblica m’insegneranno che l’importante non è il racconto, bensì la morale che se ne può ricavare: bisogna sempre aver fiducia in Dio. Dando uno sguardo più razionale e distaccato, tuttavia, dalla storia dell’olocausto d’Isacco emerge un chiaro caso d’abuso di potere, un tentato omicidio e, per ultimo, la scusa preferita usata dai gerarchi nazisti davanti ai giudici di Norimberga: «Stavo solo obbedendo agli ordini». Si obietterà che il catechismo esiste proprio per insegnare la corretta interpretazione della Bibbia, onde evitare derive che farebbero nascere un lieve rancore verso Dio.

È a questo punto che interviene la morale secolare. Siccome è inaccettabile nel ventunesimo secolo credere che Dio possa ordinare un sacrificio umano, la Chiesa cattolica prende solo quanto di buono si può ricavare dalla Bibbia, relegando le parti peggiori a mero espediente letterario per narrare con più enfasi le vicende. Il sacrificio d’Isacco, insomma, serve solo a presentare Abramo come esempio di perfetto credente. Quest’interpretazione è quella più accettabile nell’odierno mondo occidentale, quantomeno in Europa, dove la morale comune condannerebbe senz’esitazione lo sgozzamento di un figlio su un altare. La religione, quindi, ha adeguato il proprio messaggio alla morale condivisa.

Un altro evento famoso è la distruzione di Sodoma, città rinomata per le perversioni che vi si compivano. Dio inviò due angeli a Lot, discendente d’Abramo, per informarlo dell’imminente catastrofe e invitarlo a mettersi in salvo con moglie e figlie. I sodomiti, visti i due ospiti di Lot, si radunarono presso la sua casa e chiesero d’abusarne. Lot, da buon padrone di casa, parlò così ai sodomiti: «No, fratelli miei, non fate del male! Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori, e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi uomini, perché sono entrati all’ombra del mio tetto» (Genesi 19,7–8). E, ciò detto, consegnò le due figlie, delle quali i sodomiti abusarono tutta la notte. Il giorno successivo, Lot partì con tutta la famiglia, mentre su Sodoma piovevano zolfo e fuoco.

Sono abbastanza sicuro che, se cambiassimo i nomi dei personaggi, Dio compreso, chiunque vedrebbe l’estrema crudeltà di questa storia. Si riscontrano un genocidio, due abusi sessuali di gruppo e sfruttamento di minori, nella migliore delle ipotesi, per non parlare della palese discriminazione sessuale. Il messaggio principale, comunque, è la condanna dei rapporti sessuali proibiti da Dio — che, tra l’altro, avrebbe potuto risparmiare gli innocenti e bruciare solo i colpevoli.

Da storie del genere, la Chiesa cattolica ha evinto senza difficoltà che i rapporti omosessuali (e altri tipi di rapporti non proprio convenzionali tipici del mondo precristiano) siano da condannare. Mi si obietterà che questo è l’Antico Testamento, e che il Nuovo introduce una morale tutta diversa. Nel Nuovo Testamento io trovo le lettere di Paolo. In particolare, nella Lettera ai Romani, Paolo di Tarso descrive gli omosessuali «di un’intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono d’ogni sorta d’ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d’invidia, d’omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa» (Romani 1,28–32).

È fuori d’ogni dubbio che Dio e san Paolo hanno molto a cuore ciò che avviene nei nostri letti. Eppure, la morale comune europea è fortemente convinta non solo della libertà sull’orientamento sessuale, ma anche del diritto alla privacy, che verrebbe giocoforza violato per prevenire o accertare un eventuale reato d’omosessualità. La Chiesa cattolica ha ancora posizioni contrastanti in materia, ma la morale secolare ha già superato il problema da qualche decennio, anticipando la morale assoluta della religione.

Sempre da Paolo possiamo raccogliere ulteriori perle di morale. Per esempio, nella Lettera ai Colossesi, si premura di dare alle mogli questo consiglio: «State sottomesse ai mariti, come si conviene nel Signore» (Colossesi 3,18). E ancora sulle donne, nella Prima lettera ai Corinzi: «Come in tutte le comunità dei fedeli, le donne nelle assemblee tacciano, perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice anche la legge. Se vogliono imparare qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea» (1Corinzi 14,34–35).

Nella stessa lettera, Paolo provoca: «Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo?» (1Corinzi 1,20). Come? In qual modo? I teologi risponderanno ognuno con la propria tesi, ma mi pare una norma suscettibile di troppe interpretazioni per poterla prendere come assoluta e, dunque, accettarla per fede. Inutile che citi altri brani.

Mi si dirà che contengono anche ottime norme morali, a tutt’oggi riconosciute e che io non ho riportato perché fazioso. Il mio scopo, però, è dimostrare che vi sono norme che oggi sarebbero ritenute preistoriche da menti abituate a giudicare secondo certi valori umanistici. Se della morale religiosa ci resta il buono, lo dobbiamo alla nostra capacità di relativizzare il messaggio biblico (o di qualunque altro testo sacro) e adattarlo alle esigenze e istanze del mondo che ci circonda, grazie alla ragione.

Si potrebbero addurre ancora molti esempi, ma non basterebbe un libro a contenerli tutti. Basti dire che lo zeitgeist moderno s’è plasmato su valori e modi di pensare che sono stati ricavati non dalla Bibbia, né dal solo insegnamento evangelico, e neanche dall’indottrinamento della Chiesa, bensì da una comune presa di coscienza che è stata conseguenza degli abusi commessi per secoli da quella che oggi definiamo morale assoluta cristiana.

Le innovazioni portate in Europa dall’illuminismo, la lotta della ragione contro la superstizione, dell’evoluzionismo contro il creazionismo, del metodo scientifico contro le verità rivelate, dell’uguaglianza contro il sessismo, della libertà di parola contro le inquisizioni, della libertà di stampa contro la censura, dei diritti dell’individuo contro il dispotismo della religione e dello Stato — tutto quanto dà valore all’essere umano, alla scoperta, alla ragione, all’ingegno, all’iniziativa, alla ricerca scientifica deriva da secoli di rivoluzioni non solo industriali ed economiche, ma anche sociali.

Se oggi possiamo giudicare senz’esitazione ciò che della Bibbia è buono e ciò che è cattivo, lo dobbiamo a un criterio di giudizio indipendente e a una morale indipendente che non possono certo derivare dalle Sacre Scritture. La stessa libertà di religione non può avere fondamento nella Bibbia, ove Dio tiene più volte a specificare d’essere geloso e di disapprovare qualunque altra religione.

I valori su cui si fonda l’Europa non sono, dunque, cristiani. Se così fosse, ci sarebbero precluse molte libertà che invece diamo per scontate. Se così fosse, saremmo pronti a seguire l’esempio d’Abramo, che sgozzerebbe suo figlio per obbedire agli ordini, e l’esempio di Lot, che gettò le sue figlie in pasto a degli stupratori pur di salvare due uomini, o i consigli di Paolo per zittire le donne nelle assemblee. Crederemmo nelle verità rivelate prima che nella scienza, nella parola di Dio prima che in noi stessi. L’altruismo, la solidarietà, la compassione, il perdono, la pazienza sono virtù che la selezione naturale ha premiato nella specie umana e che le morali comuni in ogni èra hanno approvato e condiviso.

Il mondo occidentale non è nato con Cristo, per quanto sia difficile ammetterlo. Ben prima di Gesù, fior di filosofi greci e latini avevano scritto e sparso al vento parole sulla libertà d’espressione e di religione, sull’aiuto verso il prossimo e sulla difesa dei più deboli. Gesù ebbe il merito di farsi esempio di tutto ciò, ma la Chiesa ha avuto l’arroganza di fare della bontà umana una prerogativa prettamente cristiana, relegando nel peccato, nell’infamia e nella crudeltà tutta l’umanità fuori dalla ristretta cerchia di Cristo.

L’attacco alla redazione di Charlie Hebdo non è stato una guerra di religione, né un attentato ai valori cristiani dell’Europa. È un rigurgito del passato. È il frutto di un insegnamento che pone la fede totale al di sopra della ragione. È figlio di un misticismo mai morto, nemico dell’evoluzione e del progresso. L’islamismo definito radicale non è altro che un islamismo che ha rifiutato i valori dell’umanesimo secolare per abbracciare una fede totalitaria, xenofoba e pronta a puntar il dito contro il miscredente.

Così fallisce il multiculturalismo

Charlie Hebdo: l’assalto all’Occidente e alla libertà

Alla Chiesa cattolica va il merito d’essere stata pronta a adeguarsi agli slanci umanistici e ai nuovi diritti, seguendo di pari passo l’avanzata del genere umano (o almeno di una sua parte) verso una maggiore consapevolezza di sé, una maggior fiducia nella propria mente e una maggiore comprensione dell’universo.

L’Europa deve ritrovare le proprie radici, è vero. Non chiudendosi in sé stessa e dividendosi ancora per paura dell’altro, bensì con la luce della ragione. Rientrare nelle tenebre di una paura religiosa e delle divisioni nazionaliste significa sputare su Voltaire, Montesquieu, Newton, Locke, Galileo e tanti altri; ritirarsi nella falange del cristianesimo per opporsi all’islamismo significa rigettare gli ultimi secoli d’evoluzione, merito dell’essere umano e non delle Sacre Scritture e della Chiesa. L’Europa deve ricordare d’aver eretto barricate nelle strade, decapitato re, sparso sangue innocente a volte e scritto volumi eretici solo per espandere la libertà dell’individuo al di fuori delle ristrettezze in cui la sola religione l’aveva collocato.

Ciò non significa che tutto ciò che deriva dall’essere umano sia perfetto, né che la morale odierna sia la vetta più alta mai raggiunta dallo spirito umano; tuttavia, con la ragione, è possibile correggere ogni cosa. Una morale messa costantemente in discussione e costruita sul dialogo ha certamente più probabilità d’evolversi rispetto a una morale statica e assoluta, che prescinde dall’esperienza umana e s’impone come rivelazione.

Nessuno ha in tasca la verità, tantomeno io, ma mi terrei ben lontano dall’uomo che mi fa del bene solo perché è stato Dio a ordinarglielo: non vorrei essere al suo fianco quando scoprirà che, nella Bibbia o nel Corano, Dio ha lasciato una vasta gamma d’ordini e azioni, alcuni lievemente contrari alla Dichiarazione universale dei diritti umani.

Designed by Daniele Bertoli. Developed by Pixelperfect