Abusivismo e occupazioni: la proprietà privata è una chimera

 

case-occupate-607586Negli scorsi giorni è salita alla ribalta della cronaca la storia di Gianfranco Balzi, legittimo proprietario di una casa a Milano. L’uomo, dopo essersi visto occupare l’abitazione da due abusivi, non solo non è riuscito a cacciarli via, ma, quand’ha provato a rimpossessarsene, s’è trovato due denunce a suo carico, per violazione di domicilio ed esercizio arbitrario delle proprie ragioni. L’episodio, che in sé ha dell’incredibile, è caratterizzato dalla malizia della coppia e dalla macchinosità della giustizia. In ogni caso, offre lo spunto per allargare l’orizzonte della riflessione ai quotidiani attacchi alla proprietà, che la rendono sempre più fragile e insicura.

È doveroso iniziare dal malfunzionamento del sistema giudiziario, sia civile sia penale, nonché dalle situazioni a rischio — a volte, di vera e propria tensione — diffuse in alcuni quartieri di grandi città italiane. Si tratta perlopiù di quella microcriminalità che, per quanto snobbata dalle cronache, influisce sulla vita dei cittadini e sulla loro percezione della sicurezza. Tuttavia, questa prospettiva è solo un lato della medaglia, poiché sarebbe banale e ingiusto attribuire tutte le colpe a comportamenti illegali attuati da criminali di strada. È, infatti, in atto da decenni, da parte di partiti e movimenti culturali, un assalto alla proprietà privata e ai suoi corollari, come la libertà di scambio. Basti pensare alla mole di regolamentazioni e tasse che gravano sugli italiani, per notare, al di là del formalismo, della Costituzione e degli annunci, come la proprietà sia sempre meno privata e sempre più alla mercé dei voleri del settore pubblico.

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Allargando il discorso, è poi possibile notare che aleggia un diffuso giustificazionismo, più o meno implicito, che si sta rivelando insidioso: se a essere colpiti sono soggetti ritenuti ricchi o particolarmente disdicevoli — e se, al contrario, i beneficiari risultano persone «povere» —, la violazione di proprietà non viene stigmatizzata. Questo «chiudere gli occhi» porta tuttavia conseguenze spiacevoli e inevitabili, posto che incentiva ognuno a difendere i propri misfatti; il risultato è un vero e proprio smantellamento della società. In particolare, il pericolo maggiore proviene da vicende delicate dal punto di vita umano e sociale — come piccoli furti o in occasione di sfratti — in cui alcune forze politiche hanno buon gioco nel giustificare comportamenti che oltrepassano i limiti di legalità e legittimità. Emerge un paradosso dell’azione pubblica: lo stesso Stato che è responsabile di distruggere ricchezza e reddito reclama poi il diritto di sconvolgere gli assetti «proprietaristici» a seconda delle sue convenienze e in nome di una mal definita giustizia sociale.

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La prospettiva corretta è di tutt’altro segno e tenore: non sono tollerabili attacchi alla proprietà privata — ovviamente, quella acquisita legittimamente —, fondamento necessario per una società stabile e prospera. Sarà poi la valutazione prudente del caso concreto — quell’aequitas greca e cristiana che pensatori del passato collocavano accanto alla giustizia formale — a dosare la reazione e la punizione. In altre parole, nessuno può restar indifferente di fronte a episodi di povertà e talvolta di vera e propria miseria; d’altra parte, tuttavia, esiste una differenza sostanziale tra chi è colpito dalla malasorte e un fannullone, tra chi è afflitto da malattie e un opportunista pronto a vivere a spese altrui. Il fallimento dello Stato sociale sta in gran parte in quest’aspetto: essendo incapace d’interfacciarsi direttamente con le persone, affidandosi invece a schemi burocratici e preconfezionati, mette insieme nel calderone della povertà soggetti meritevoli e immeritevoli d’aiuto. Invece, solo una beneficenza privata e libera — che nel caso italiano si manifesta soprattutto grazie all’associazionismo e alla Chiesa — è in grado di fare davvero del bene e distinguere le situazioni, approntando i rimedi adatti a ognuna. Per tornare all’episodio di partenza, fra chi occupa le case v’è certamente una fetta di popolazione colpita dalla crisi — crisi, è bene ricordarlo, in grandissima parte provocata dall’esasperato interventismo pubblico. Ma c’è al contempo una serie di persone che non meritano rispetto né compassione, come i frequentatori dei centri sociali. Fermo restando che mai i problemi sociali possono essere risolti semplicemente calpestando la proprietà d’altre persone.

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La china intrapresa per colpa dello statalismo, invece, porta a una generalizzata diminuzione della responsabilità, in una sorta d’immunità collettiva che non solo impoverisce l’economia, creando incentivi perversi a comportamenti parassitari e opportunistici, ma distrugge il collante della società e le regole minime della convivenza civile.

Sempre più spesso le riflessioni riguardanti la proprietà — che tutto sommato accettano l’idea per cui alla sua base c’è una prevaricazione d’alcuni uomini su altri — finiscono per far dimenticare i fondamentali di quest’istituto. La proprietà è fondamentale affinché una società non si dissolva in una guerra di tutti contro tutti. È, infatti, inconcepibile che possano sorgere e prosperare relazioni libere e pacifiche tra le persone senza che vengano delimitati con precisione e senza compromessi i confini della proprietà. Anche dal punto di vista della persona, la proprietà privata è parte fondamentale della dignità umana, senza la quale sarebbe irrimediabilmente soppresso il naturale desiderio, comune a tutti gli uomini, di migliorarsi, testare le proprie capacità e costruire qualcosa da soli. Ne costituisce una prova il fatto che i rimedi più efficaci contro la povertà sono rappresentati da misure, quasi mai dirette da programmi pubblici, che permettono a chiunque lo desideri di sprigionare le proprie qualità e migliorare passo dopo passo la propria condizione, rispetto a misure ridistributive. A ben vedere, inoltre, anche gli atti del dono, e più in generale la carità, presuppongono necessariamente la proprietà: il donante decide di spogliarsi di qualcosa di suo, e che sa essere suo, per darne agli altri. Il voler negare tutti questi aspetti, adombrando una sorta di proprietà collettiva, non porta solo a insormontabili problemi pratici — per i quali si possono menzionare le miserie vissute sotto i regimi comunisti —, ma soprattutto a un uomo «dimezzato», privato d’alcune sue caratteristiche tipiche.

Riaffermare il valore della proprietà, in un’epoca in cui impazzano, soprattutto nel mondo culturale, teorie collettiviste, non è politicamente spendibile. Tuttavia, il lento ma costante declinare della sua importanza non può che portare a un impoverimento generale e al caos sociale, in cui gli episodi di Milano diventeranno la norma e non una triste eccezione.

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