Monte dei Paschi: alle origini del dissesto

 

AMSTERDAM ZUIDAS KANTORENNegli anni futuri, l’inizio del 2013 sarà ricordato non tanto per la crisi dei partiti e per la campagna elettorale più sconclusionata che la storia patria ricordi, ma per la prima vera crisi di un istituto bancario primario in Italia. Erano secoli che una banca di importanza strategica nel Paese non vedeva lo spettro dell’insolvenza: più o meno dall’epoca medicea, quando la Banca de’ Medici fallì per via del default del debito inglese, rinnegato dal sovrano Edoardo IV.  I grandi crack degli anni ’90 e 2000 – Banco Ambrosiano o quello, più di rilevanza politica che sistemica, di CreditEuroNord – si riferivano a istituti importanti, ma di dimensioni limitate.

In precedenza abbiamo analizzato il problema dell’intreccio tra politica e asset proprietario del Monte dei Paschi di Siena alla base della situazione attuale. Concentreremo, ora, la nostra attenzione sul “peccato originale” che è all’origine del dissesto degli attivi odierno. La causa non è da cercarsi unicamente in favori clientelari e non va a fondersi con lo scandalo delle spese pazze dei gruppi politici che governano gli Enti locali. Bensì, è localizzata in un fatto, avvenuto anni fa, che è andato a modificare gli asset del mercato creditizio europeo. Proprio per via delle ingenti perdite in conto capitale provocate, le circostanze hanno obbligato l’istituto a cercare di tamponare le perdite indirizzando gli investimenti verso prodotti a alto rendimenti e alto rischio, ben oltre i limiti di buona e prudente gestione che la normativa italiana impone a ogni Banca, comportandosi dunque come un hedge fund, senza, tuttavia, approntare coperture patrimoniali a garanzia degli investimenti (come, invece, si comportano questi fondi speculativi).

L’origine del dissesto va cercata all’estero, esattamente con la questione ABN Amro; questa era uno dei più importanti colossi bancari al mondo, con filiali e attività sia in Europa sia, soprattutto, nel continente americano. ABN Amro era entrata in possesso, tramite un’operazione di mercato, di Banca AntonVeneta (BAV), istituto territoriale molto importante del nord est italiano. Ma, di lì a poco, sarebbe stata scalata.

Nel 2007, infatti, una cordata composta da Fortis Bank, Royal Bank of Scotland (RBS) e Banco Santander lanciarono un’OPA totalitaria sulla banca olandese, con lo scopo di acquisirne il controllo per, in seguito, attuare un’operazione definita in gergo “spezzatino”, dividendosi le aree della banca originaria secondo gli obiettivi strategici di ogni componente del pool. Fu così che RBS si impossessò del settore finanziario, Fortis delle filiali presenti in Belgio, in Olanda e nel nord Europa e Santander acquisì le filiali e gli attivi sudamericani, gli obiettivi principali. È noto che l’operazione di scalata fu infausta per due delle banche facenti parte del pool: le risorse impiegate furono spropositate rispetto ai benefici apportati e spinsero i due istituti a una crisi di liquidità. Fortis fallì (con la successiva acquisizione della banca in Belgio da parte di BNP Paribas e degli sportelli olandesi da parte dello Stato per garantire la continuità del servizio agli utenti sotto il marchio storico di ABN Amro) e si acuì la crisi di liquidità di RBS, già aggravata dalla “fuga dallo sportello” innescata dall’insolvenza di Northern Rock.

La cessione di BAV, invece, fu un affare per il Banco Santander – non è ancora noto il motivo, anche se un certo interessamento da parte di Bankitalia non sarebbe da escludere a priori – ma Monte dei Paschi iniziò una trattativa con l’istituto spagnolo che la condusse all’acquisto della BAV solo un mese dopo l’incorporazione della stessa da parte di Santander. Quest’ultima aveva pagato la banca italiana circa 6,6mld di Euro e la rivendette alla corte senese per oltre 10mld di Euro, portando MPS a divenire il terzo gruppo bancario italiano per dimensione.

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