Contro le imposte patrimoniali

Si dirà: «Ma, anche se noi abbiamo una pressione fiscale monstre (apparente: 44,6% del PIL; effettiva: 54%), intanto riequilibreremmo la tassazione su imprese e lavoro». Vero; ma, se cosí si facesse, si sottovaluterebbero due effetti d’estrema rilevanza, in tema d’equità sostanziale (principio richiamato anche dalla nostra Costituzione) e di dinamica economica. Il primo è un effetto distorsivo tra i contribuenti, poiché, stante l’alto tasso d’evasione presente in Italia (figlio dell’eccessiva tassazione complessiva), la distribuzione del carico fiscale non è omogenea sui singoli contribuenti, cosí da generare – se s’introducesse una patrimoniale – un effetto di maggiore carico proprio sui patrimoni regolarmente dichiarati al fisco. Infatti, un soggetto che abbia nel tempo pagato le imposte si vedrebbe tassare il patrimonio due volte, poiché i beni che lo compongono sono frutto di risparmio derivante da redditi già tassati. Inoltre, se la patrimoniale sostituisse una quota di tassazione sui redditi, ammesso e non concesso che sia a parità d’entrate complessive dello Stato, non si genererebbe necessariamente medesima parità in capo al singolo soggetto, proprio per effetto della diversa distribuzione del carico fiscale tra soggetti regolari e soggetti evasori.

Il secondo, invece, è un effetto dinamico: mentre la tassazione sui redditi generati d’anno in anno è tendenzialmente prociclica (varia al variare del reddito, in capo al singolo soggetto; varia tendenzialmente in modo quasi proporzionale al PIL, salvi gli effetti di scostamento dovuti alle tassazioni forfetarie e agli studi di settore), la tassazione dei patrimoni è tendenzialmente inelastica al variare del PIL, cosí da generare un effetto amplificatore delle fasi recessive al calare del PIL stesso.

Quindi, arriviamo alla seconda conclusione: non sarebbe corretto, da un punto di vista strutturale del prelievo, applicare un’imposta patrimoniale periodica sulla globalità dei beni posseduti, immobiliari e finanziari, qualora non si sia prima intervenuti tanto sul livello complessivo di pressione tributaria quanto sul tasso «endemico» d’evasione del nostro Paese.

Per inciso, quest’ultimo aspetto s’otterrebbe meglio con un sistema fiscale efficiente, non dispersivo e meno vorace, piuttosto che con gride manzoniane, tintinnio di manette e criminalizzazioni massmediatiche. Nonché con un sano controllo della spesa: già Adam Smith, sul finire del Settecento, affermava che la fiducia dei cittadini nel buon uso delle imposte è il primo disincentivo all’evasione.

In Italia, peraltro, già ci sono delle patrimoniali, che si sono sommate – anziché ridurla – alla pressione tributaria preesistente, e che non funzionano bene. Per esigenze di gettito, e mascherandone il fine ultimo, sono state introdotte la tassazione sulle operazioni finanziarie (Tobin Tax), l’IMU (ora sospesa e prossimamente accorpata nella nuova Service Tax), l’imposta sugl’immobili all’estero (IVIE), l’imposta di bollo sulle attività finanziarie, l’imposta sulle attività finanziarie all’estero (IVAFE). Le quali si sono aggiunte alle imposte sui trasferimenti dei patrimoni, cioè la medesima base imponibile, quali l’Imposta di Registro, l’Imposta Ipotecaria e Catastale, l’IVA, in alcuni casi, e l’Imposta sulle Successioni e sulle Donazioni, al supero delle soglie d’esenzione previste.

Quest’insieme di micro-imposte (in alcuni casi, nemmeno poi cosí «micro») è ben lungi dall’esser efficiente, e genera distorsioni censurabili in termini d’equità e d’applicazione dei princípi generali del diritto tributario. Ad esempio, per l’Imposta sulle Successioni lo Stato incassa meno di quanto spende per gestirla. La Tobin Tax s’è rivelata – e non eravamo in pochi ad averlo predetto – inferiore alle attese, per le entrate erariali, e ha generato un calo delle transazioni sul mercato finanziario italiano. L’Imposta di Bollo sulle attività finanziarie e l’IVAFE, che dovrebbero esser gemelle, s’applicano a soggetti diversi (imprese e privati, la prima; solo privati, la seconda) e a beni diversi (solo ad attività finanziarie, la prima; anche a quote societarie, la seconda), violando il principio di pari trattamento a parità di tipo d’investimento e a parità di soggetto investitore. Inoltre, gl’immobili (salvo le prime case, quest’anno) scontano l’IMU e l’IVIE, le loro rendite sono tassate e subiscono l’Imposta sulle Successioni, ma i capital gain sulle vendite di beni posseduti da almeno cinque anni sono esentati da tassazione. Infine, le attività finanziarie scontano Bollo e IVAFE, le rendite sono tassate (ma i titoli di Stato e le assicurazioni di meno), scontano l’Imposta sulle Successioni (ma i titoli di Stato e le assicurazioni sono esenti), mentre i capital gain sono tassati indipendentemente dalla durata del possesso.

Distorsioni censurabili, come detto, che hanno un impatto anche sull’efficienza dei mercati finanziari e immobiliari. Quadro sconsolante, per esser la «patria del diritto»!

Quindi, arriviamo alla terza conclusione: quand’anche si volesse raggrupparle in un’unica imposta patrimoniale periodica, occorrerebbe prima riallineare i soggetti cui applicarla, il perimetro dei beni su cui calcolarla (confermando esenzioni oggi esistenti o no) nonché i criteri di valutazione su cui effettuare il calcolo (cioè revisione del catasto, per gl’immobili, e decidere quale valorizzazione media, per le attività finanziarie). Peraltro, molto (ma non tutto) è stato fatto in questo senso proprio per applicare queste micro-imposte patrimoniali, che a detta di molti – e di chi scrive – sono servite al governo che le ha introdotte (Monti) come «prove tecniche di patrimoniale», da far adottare a un governo futuro.

Da ultimo, nonostante si sostenga qui con forza che la patrimoniale periodica è un rimedio peggiore del male che si vuol combattere, un’annotazione va fatta in tema d’un suo possibile uso «alternativo». Einaudi stesso affermò che l’imposta straordinaria può servire a dare entrate straordinarie (una tantum) in momenti straordinari d’una nazione, attribuendole però in questo caso piú un significato «etico» (una sorta di «patto con lo Stato») che fiscale, e ritenendola adatta a «promuovere la ricostruzione che nasce dalla speranza».

Allora eravamo nel 1946: v’erano condizioni straordinarie, e non si fece. Ora, invece…

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