Contro le imposte patrimoniali

 

patrimonialeTanto s’è discusso di «patrimoniale sí, patrimoniale no», al momento della bagarre sull’IMU, che l’assordante rumore di fondo generatosi impediva di proporre un’analisi ragionata sul tema, a prescindere dall’IMU stessa. Qui si vuol provare a farlo, sommessamente ma compiutamente (e un po’ controcorrente).

Si dice giustamente, un po’ da tutte le parti, che per rimettere in moto l’Italia serva ridurre le imposte sul lavoro e sulle imprese. Vero, anche se tale affermazione si presta a diverse interpretazioni. Alcune giuste: ad esempio, che la pressione fiscale sulle imprese andrebbe ridotta poiché è un vincolo che frena lo sviluppo economico (oltre ad aver raggiunto un livello insostenibile); o che occorrerebbe agire sul cuneo fiscale sul lavoro, poiché, se venisse ridotto a favore d’un maggiore stipendio netto ai dipendenti, s’incentiverebbero i consumi. Alcune, meno: cioè che occorrerebbe ridurre il cuneo fiscale a favore delle imprese, riducendo quindi il costo del lavoro tout court, perché cosí s’incentiverebbero le imprese ad assumere di piú. (In verità, si renderebbe piú competitivo produrre e usare personale, ma non in sé assumere di piú, poiché questo dipende soprattutto dalle prospettive economiche future dell’azienda.) Altre, per nulla: cioè la tesi secondo cui occorrerebbe ridurre la tassazione sulle imprese e il cuneo fiscale sul lavoro «spostandolo» sulle imposte patrimoniali, premiando cosí il merito (sic!).

Quest’ultima affermazione, in particolare, poggia su due presupposti del tutto discutibili: che il peso fiscale complessivo non debba diminuire (altrimenti non vi sarebbe alcun bisogno di sostituire un’imposta a un’altra), e che il patrimonio non sia – anch’esso, come il reddito da cui s’origina – espressione di «merito». Con ciò sovrapponendo (alcuni involontariamente, altri colpevolmente) il concetto di «patrimonio» a quello di «rendita».

Partiamo da quest’ultimo aspetto. Non serve scomodare Einaudi, quando diceva che l’imposta patrimoniale «è un premio per gli scialacquatori […]; è una multa per i lavoratori e i risparmiatori»; o quando affermava «che non si dà capitale senza reddito, né reddito senza capitale, e che non esiste una distinzione sostanziale fra imposta sul reddito e imposta sul capitale o sul patrimonio. L’una si converte automaticamente nell’altra e viceversa», poiché reddito e capitale sono due facce della stessa medaglia, e il secondo è la capitalizzazione nel tempo del primo. Sicché, se è vero (come principio generale) che la tassazione del reddito a una data aliquota corrisponde alla tassazione del patrimonio a un’aliquota inferiore e pari al tasso di capitalizzazione nel tempo di quel reddito, è altresí vero che i due tipi d’imposta sono tra loro interscambiabili. Ma è altrettanto vero ch’entrambe tassano la medesima base (la prima, il «reddito», che genera l’altra, il «patrimonio») in momenti distinti.

Quindi, arriviamo alla prima conclusione: non è con le patrimoniali che si «premia il merito» e s’incentivano l’impresa e il lavoro, poiché queste colpiscono ricchezza generata («merito», appunto, negli anni precedenti) e, oltretutto, già tassata (su questo torneremo in séguito).

Diverso è dire che occorrerebbe premiare il merito (redditi d’impresa e di lavoro) e incentivare l’allocazione dei patrimoni a tali fattispecie disincentivando fiscalmente le rendite dei patrimoni accumulati. Per intenderci, le rendite immobiliari e quelle finanziarie hanno da sempre, in Italia, un regime fiscale di favore. Vuoi per scelta, sulla finanza (con la bassa tassazione delle rendite finanziarie, addirittura nulla per i capital gain fino al 1998), in larga parte per la necessità d’alimentare il risparmio storicamente investito – fino agli anni ’90 – essenzialmente nei titoli di Stato; vuoi per scelta e tolleranza, sugl’immobili (l’esenzione da tassazione sui guadagni delle vendite d’immobili che avvengano dopo i cinque anni di possesso e la notevole diffusione del sommerso sugli affitti, il cui contrasto effettivo ha radici recenti), anche per via del notevole peso storico del comparto nella nostra economia. Solo recentemente, e timidamente, s’è messo mano alla tassazione dei due comparti, lasciando comunque un margine consistente di fiscalità di vantaggio (di fatto, 20% contro le aliquote IRPEF progressive, che arrivano al 43% senza contare le addizionali locali; o contro la tassazione delle imprese di capitali, pari al 31,4% d’aliquota nominale complessiva). Peraltro, tali trattamenti differenziati non esistono in molti altri Paesi.

Si dirà, a questo punto: «Ma le imposte patrimoniali ci sono anche negli altri Paesi!». E anche: «Cosí, si colpisce il patrimonio formato coll’evasione».

Sulla prima affermazione, la risposta è: «Certo che sí». Non è il tipo d’imposta in sé il problema, ma la contribuzione effettiva (piú correttamente, la pressione tributaria complessiva).

Sulla seconda, la risposta è: «Vero, ma è il modo sbagliato per farlo». Né può entrare, in tal giudizio, la dimensione dei patrimoni — come se, escludendo i piú piccoli e applicandola solo ai piú grandi (senza mai definire un limite specifico), si fosse trovata la soluzione che la rende «giusta».

I due aspetti sono tra loro collegati, e devono essere trattati assieme. Per esser piú chiari, intanto, al variare dei Paesi che si vogliono comparare, varia anche il «perimetro imponibile», cioè la base di calcolo (chi solo immobiliare, chi anche finanziaria, chi globale senza esenzioni, &c); poi, ovviamente, varia anche l’aliquota applicata. A livello generale, comunque, dove c’è un’imposta patrimoniale globale, tendenzialmente c’è una tassazione molto piú bassa di quella italiana: è, ad esempio, il caso della Svizzera e dell’Olanda. Cioè, la tassazione patrimoniale è sí, in questi Paesi, una quota della tassazione complessiva, e consente di ridurre le aliquote fiscali sui redditi, ma in un sistema dove la pressione fiscale sul PIL è largamente inferiore alla nostra.

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