Da Mare nostrum a Frontex Plus, ma serve una nuova dottrina

 

DSC_0022logTexas e Italia: due realtà totalmente diverse unite dal delicato problema dell’immigrazione clandestina. Nel Lone Star State, il governatore Rick Perry ha schierato la Guardia Nazionale al confine col Messico, minacciando azioni legali nei confronti del governo se non s’occuperà di proteggere le frontiere, dove si stima un ingresso annuo di mezzo milione di clandestini. Roma, invece, s’è impantanata nell’iniziativa «Mare nostrum», un’operazione iniziata il 18 ottobre 2013 nello stretto di Sicilia che vede impiegato il personale e i mezzi navali e aerei della Marina, dell’Aeronautica e di tutte le forze armate dello Stato.

Se da un lato Perry ha schierato 1.000 agenti della Guardia Nazionale a protezione del confine, in Italia il governo di Matteo Renzi ha fatto l’esatto opposto, creando una sorta di «ponte marino» d’accoglienza indiscriminata, tanto da legittimare i critici a definire «Mare nostrum» un’«operazione traghetto».

Tuttavia, la differenza piú rilevante tra le due realtà è un’altra, ed è stata ben sintetizzata dal politologo americano Edward Luttwak in una recente intervista: «Da noi chi entra dal Messico si chiama José Martínez, è cristiano e sogna di diventare Joe Martin, americano. Da voi arriva Ahmed che vuol tenere la moglie coperta e i bimbi ignoranti. Il lassismo sentimentale di voi italiani è incredibile».

Insieme alla questione della sostenibilità economica dell’operazione «Mare nostrum» s’impone, quindi, una riflessione sull’integrazione e sugli sconvolgimenti culturali e politici d’un’eventuale «Eurabia».

Partendo dall’aspetto economico, è chiaro che i costi d’un’operazione di tale portata sono politicamente insostenibili per la disastrata economia italiana. Il dispiegamento d’uomini e mezzi militari usati è senza precedenti: 920 militari, una Nave Anfibia, due fregate dotate d’elicottero imbarcato, due pattugliatori, due elicotteri pesanti, un velivolo P180, un LRMP Breguet Atlantic e, infine, l’uso della rete radar della Marina Militare (AIS).

Si stima che «Mare nostrum» costi circa 10 milioni d’euro al mese, cifra cui vanno aggiunte decine di milioni al mese per l’assistenza agl’immigrati per i quali la Legge di Stabilità stanziò, nel novembre scorso, 210 milioni. Secondo Libero, il costo totale s’avvicinerebbe al miliardo d’euro.

Il giudizio su «Mare nostrum» non migliora dal punto di vista delle prospettive d’integrazione nel breve, medio e lungo periodo. L’Italia oggi è l’unica nazione al mondo ad accogliere chiunque approdi illecitamente, e l’operazione «Mare nostrum» rappresenta un grande incentivo che dirige sulle coste italiane tutti i flussi migratorî del Mediterraneo. I numeri sono impietosi: i 43.000 arrivi del 2013 rappresentano il 70% degl’immigrati giunti in Europa via mare, e sono il 224% in piú di quelli sbarcati nel 2012. Situazione ulteriormente peggiorata nel 2014, dove ad agosto s’è toccata la quota record di 100.000 clandestini dall’inizio dell’operazione.

L’Italia, cosí, rischia di schiantarsi a tutta velocità verso un tipo di modello di società multiculturale che è già fallito in altre realtà europee, come ammesso dallo stesso David Cameron in Gran Bretagna soprattutto in riferimento all’integrazione dei musulmani.

Al di là delle opinioni, a Londra e dintorni i fatti parlano da soli. Nel 2013, per la prima volta nel Regno Unito è stato «Mohamed» (Maometto) il nome piú diffuso tra i nuovi nati. A Rotherham, nel Nord del Paese, sarebbe venuto a galla un enorme traffico di baby-schiave, 1.400 abusi sessuali su minori rimasti celati a causa della paura degli agenti d’indagare nei confronti di pachistani e iracheni. A ciò s’aggiungono le centinaia di jihadisti, la maggior parte dei quali figli o nipoti d’immigrati musulmani, arruolate coi barbari islamisti dell’ISIS, tantoché sarebbe proprio un ex rapper londinese d’origini egiziane il boia che ha decapitato James Foley nel noto video che ha sconvolto il mondo. Tutti elementi che hanno trasformato in realtà l’incubo del «fronte interno» nella guerra al terrorismo islamico.

Detto ciò, appare evidente che cercare d’integrare centinaia di migliaia di nuovi immigrati musulmani è una scommessa che l’Italia non può permettersi. Se è vero che non tutti i popoli musulmani hanno difficoltà a integrarsi, come testimoniato da alcuni esempi, tra cui quello eurasiatico e curdo, è altrettanto vero che questi stessi problemi diventano sostanzialmente inesistenti nei confronti dei flussi europei ed esteuropei.

Perciò, occorre che Roma attui immediatamente una nuova dottrina nei confronti dell’immigrazione clandestina. Una linea in totale discontinuità col passato fondata su tre semplici punti:

1) Il modello di sviluppo sociale italiano non è il multiculturalismo, bensí una società fondata esclusivamente sui valori culturali italiani, europei e occidentali, cui tutti si devono adeguare;

2) Il «ponte marino» d’accoglienza sarà sostituito con un «ponte aereo» d’espulsione cui saranno garantiti risorse e mezzi;

3) Le frontiere saranno protette con ogni mezzo militare e d’intelligence, comprese «operazioni coperte» negli «Stati falliti» mirate a distruggere le infrastrutture delle organizzazioni criminali che lucrano sulla tratta degli esseri umani.

Una simile dottrina avrebbe immediatamente una funzione di deterrenza, facendo precipitare, nel breve periodo, il flusso di sbarchi ai livelli precedenti «Mare nostrum», e portando, nel medio-lungo periodo, a un ulteriore ridimensionamento. Finalità che difficilmente potranno essere raggiunte continuando a finanziare politiche di traghettamento, sia quelle «made in Italy» come «Mare nostrum», sia appaltando il servizio in consorzio coll’Unione europea nell’ipotetica nuova operazione «Frontex Plus».

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