I rischi e le opportunità della Brexit

 

Brexit jigsaw puzzle conceptCon sondaggi che davano Brexit e Bremain in pareggio, il lancio della monetina elettorale ha fatto pendere il risultato verso l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Con qualche eccezione, gli effetti economici finora sono stati contenuti. L’apparenza però inganna e la posta in gioco è significativa sia nel breve sia nel lungo termine: tutto dipenderà da vari fattori, sia sul fronte europeo sia su quello britannico.

Europa: ciò che vale la pena preservare. L’UE è tante cose, non tutte utili. Vale quindi la pena d’iniziare da ciò che andrebbe preservato:

  • la libertà di commercio, seppur incompleta e limitata al mercato interno, vale migliaia d’euro di PIL pro capite. A parte le conseguenze sui rapporti tra nazioni (il “doux commerce”), i benefici sono così vasti che preservarla dev’essere il punto centrale;
  • la libertà di movimento, pure incompleta, è anch’essa importante. Il Regno Unito non può fare a meno d’infermieri o ingegneri stranieri; è difficile pensare alla ristorazione britannica senza stranieri; superfluo notare che le università inglesi sono quelle che attirano più stranieri. Come una delle poche economie che vanno bene in Europa, il Regno Unito è una destinazione primaria per le masse di disoccupati e sottoccupati del resto d’Europa.

Entrambe le libertà, di commercio e di movimento, hanno dei costi per qualche categoria sociale: la libertà di movimento danneggia i lavoratori nazionali più poveri, riducendone i salari; la libertà di commercio danneggia i settori meno competitivi, costringendo le risorse produttive (lavoro e capitale) a spostarsi in altri mercati. Tra queste due è la libertà di movimento ad avere le conseguenze economiche più dannose e di lungo termine per le fasce più deboli della popolazione, ed è quindi facile capire la domanda di restrizioni: la xenofobia è il protezionismo dei poveri.

Libertà di commercio, vincoli di sovranità e super-Stati. Per concepire un sistema di libero mercato alternativo (basato su accordi bilaterali, o costruito sulle basi delle già esistenti EFTA – European Free Trade Association – o EEA – European Economic Area), occorre risolvere un problema centrale, che ad oggi l’UE affronta in maniera ingenua ma efficace: le più importanti barriere al commercio non sono dazi o quote, ma le regolamentazioni. L’UE impone un sistema regolativo unico, che spesso si estende a ciò che non ha senso regolamentare centralmente (in barba alla retorica del “principio di sussidiarietà”). Qualunque soluzione alternativa si potrà trovare a un potere centrale che imponga le stesse regole a tutti i membri (l’acquis communautaire, cioè l’ideale dello one-size-fits-all in francese), dovrà rispondere alla necessità di vincolare il potere regolativo degli Stati, affinché non creino barriere regolative. Anche accordi come WTO, TTIP e TPP vincolano la sovranità statale. La vera differenza tra questi accordi e l’UE è che la seconda è da considerarsi il progetto, ad ora parzialmente realizzato e già conflittuale, di un’unione politica.

Non esistono Stati multinazionali, tranne la Svizzera, dove non ci siano forti spinte centrifughe. In Europa, dopo la divisione della Cecoslovacchia e i massacri in Jugoslavia, rimangono altri tre Stati non nazionali: la Gran Bretagna, la Spagna e il Belgio (senza contare i problemi posti dalle minoranze russe in Estonia, Lettonia, Ucraina); nessuno di questi Paesi è libero da spinte centrifughe. Questo fa capire quanto l’UE sia utopistica, se intesa, come intendono gli euro-entusiasti, come unione politica.

Ma il motivo per cui è servita finora un’autorità centrale per garantire il mercato comune non cambia: prevenire l’accumularsi nel tempo di barriere regolative è il problema centrale del superamento della visione centralista dell’Europa. La Brexit, se abbinata a un accordo di libero scambio e movimento, potrebbe superare il vicolo cieco della necessità di un’impossibile unione politica, che sta creando da tempo spinte centrifughe che mettono a rischio il mercato comune.

La situazione politica britannica. Sebbene la maggioranza degli elettori britannici non sia contro l’immigrazione, il partito di maggioranza a Westminster sono i Tory, e questi sono spaccati. Finché non si decideranno sarà difficile capire come si muoverà la politica britannica. L’argomento migliore a favore di mantenere lo status quo sull’immigrazione, o limitarsi a concessioni che colpiscano solo il turismo dei benefits o la criminalità d’importazione (fenomeni poco rilevanti), è che ciò favorirebbe un accordo con l’UE, oltre a togliere un’arma retorica a chi (Francia o eurocrati) vorrà imporre qualche forma di protezionismo. Non manca di forza l’argomento per cui due milioni di britannici in Europa ne sarebbero danneggiati.

La depressione dei salari delle fasce più deboli della popolazione a opera dell’immigrazione è un problema reale. La soluzione tedesca sono stati i “minijob”: il governo tedesco paga gli unemployable locali affinché siano concorrenziali con gli immigrati con minori qualifiche. A una domanda politica così forte e pericolosa bisognerà rispondere, perché la domanda non andrà via solo chiamando “ignoranti” o “xenofobi” gli sconfitti dei processi migratori.

La situazione politica europea. Anche se la Brexit rischiasse di dissolvere l’UE, questo non sarebbe un male se venissero preservate le libertà di mercato e movimento. Chi crede che senza UK sarà più facile l’integrazione politica s’illude: non esistono strutture politiche tanto eterogenee quanto l’UE, e il blocco dei Paesi avanzati e ben governati sarebbe minoritario rispetto ai PIGS più la Francia, col supporto di pochi Paesi dell’Est. Impossibile non immaginare enormi spinte centrifughe se ciò si realizzasse. Probabilmente l’eurozona rimarrebbe, dati i costi di transizione nel cambiare moneta, anche se alcuni Paesi fuori dall’eurozona potrebbero decidere di fare come il Regno Unito. Questi sono Danimarca e Svezia, e in misura minore la Repubblica Ceca: gli altri Paesi sono troppo poveri per dire addio ai sussidi UE. Ma si tratta di Paesi molto integrati con la Germania. Se l’UE si disgregherà, sarà per la fuga di chi paga le cambiali, Germania in primis: non sembra probabile. Sarebbe però certamente più facile preservare l’UE se questa avesse dei vantaggi extra rispetto al libero mercato.

Un’altra Europa è possibile? Supponendo che, nonostante le difficoltà legali e politiche, sarà possibile avere una Brexit con un accordo di libero scambio (e auspicabilmente movimento), si aprirebbero nuove prospettive. Sarebbe possibile attrarre nell’area economica europea Stati che non vogliono o non possono essere inclusi nell’UE, o creerebbero complicazioni in caso d’accesso: Turchia, Albania, Serbia, Ucraina, Georgia, ecc. Ciò sarebbe più facile se si potesse separare la libertà di commercio (sempre benefica per tutti) dalla libertà di movimento (che danneggerebbe le fasce più deboli dei Paesi più ricchi). Se poi il Regno Unito firmasse accordi commerciali fuori dall’UE, sarebbe facile per l’Europa aumentare il proprio peso commerciale mondiale sfruttando il Regno Unito come intermediario.

Separare l’UE dal mercato unico eliminerebbe poi il rischio che questa venga usata come strumento per vivere di rendita a spese degli Stati più ricchi: per Svezia, Danimarca, Austria, Olanda, Germania, Finlandia e altri sarebbe una garanzia. Sarebbe possibile, una volta eliminata l’omogeneità regolativa perché creato un mercato unico senza un centro, arrivare a una maggior liberalizzazione d’alcuni settori economici anche in assenza d’unanimità tra i Paesi membri: se venti Paesi decidessero di liberalizzare i servizi, la Francia non potrebbe opporsi.

Infine, se diventasse possibile uscire dall’UE senza danneggiare il libero mercato, e quindi senza conseguenze economiche negative per tutti, si risolverebbe forse un grave problema: senza l’UE l’Italia non si regge in piedi, con l’UE l’Italia non vorrà mai riformarsi. Minacciando credibilmente d’uscire dall’UE, forse gli altri Paesi potrebbero spaventare l’Italia al punto da costringerla a riformarsi sul serio. Temo però che salvare l’Italia sia un tema di fantascienza.

Conclusioni. Ero moderatamente contrario alla Brexit, più per avversione al rischio che per convinzione. Gli inglesi non diventeranno mai una provincia di un sistema politico straniero, pur se basato su una struttura politica pre-nazionale (il “Laico Bruxelliano Impero”). Gli italiani sono invece fermi al “Francia o Spagna purché si magna” e non hanno nulla da ridire. Al momento tutto è liquido. Prima bisognerà capire che cosa succederà all’interno del partito Tory, poi come evolveranno eventuali negoziati. I rischi sono molti, e superano le opportunità. L’ideale sarebbe una Brexit (se Brexit dovrà essere) con libero commercio e libero movimento. Ciò pone una difficoltà non da poco: impedire la graduale creazione di barriere regolative al commercio. Il processo potrebbe però rendere l’UE più sostenibile nel lungo termine, correggendo ciò che finora ha creato animosità politiche e squilibri economici. Tutto ciò richiede purtroppo più visione e più intelligenza di quella che finora è stata messa nel creare l’UE, e nel prepararsi alla Brexit.

> Brexit e diritto di decidere: quella britannica è una democrazia della sostanza

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