VeryBello, quando le tasse finanziano le comiche

 

10967519_10153558925178696_519096400_oSe volevate una prova di come si potesse continuare a scavare quando una situazione pareva aver raggiunto il fondo, potete dare un’occhiata al lancio di un nuovo sito web «made in Italy». Per il momento mi astengo dal citare il nome, per non provocare ulteriori cataclismi emotivi in chi preferirebbe perforare il monitor del PC col capo piuttosto che sciropparsi ancor una volta la tortura di leggerlo. A quanto pare, i burocrati statali non erano contenti della figura da cretini che fecero fare agli italiani quando crearono il sito www.italia.it.

Il lettore, a questo punto, si sarà ribaltato dalla sedia per le risate e avrà sfondato il pavimento a colpi martellanti di pugni per segnalare ai vicini quanto sia stata ridicola quell’iniziativa. Chi non ricorda il celebre motto con cui si chiudeva il video introduttivo di quel sito: «Plis… visit… d uebsait, bat… plis… visit… Itali. Uer… d best cauntri… in d uord»? La perseveranza con cui i burocrati italiani amano cacciarsi in situazioni al limite del pagliaccesco si rincorre così velocemente da aver costretto Bolt ad appendere le scarpe al chiodo.

Attenzione: le comiche non sono finite qui. Infatti, il nuovo sito si prefigge l’obiettivo di far conoscere le bellezze dell’Italia all’estero. Qualcuno ai piani alti deve avere preso troppo alla lettera il modo di dire «Tutto il mondo è Paese», oppure chi ha lavorato a questo progetto l’ha fatto sotto l’effetto cronico di bevute di Tavernello, perché l’unica lingua a disposizione dell’utente è l’italiano. Beh, forse è un modo per far sapere solo agli italiani il livello d’incompetenza dei progetti statali e quindi ingannare i visitatori esteri. Che volpi!

Il debutto del sito, ovviamente, sembrava più che altro un raduno d’utenti di www.spinoza.itintenti a mandare alle stelle il termometro del sarcasmo. Se esiste un guinness dei primati per i momenti più imbarazzanti di sempre, il nuovo sito made in Italy scalza dal primo posto la figuraccia di Bill Gates alla presentazione di Windows 98.

Sebbene possa essere un evento di cui ridere fino a farsi arrivare le labbra alle orecchie, sono stati lanciati soldi delle tasse in quella che è una vera e propria dolina economica. Infatti, prendendo come campione quest’ennesimo disastro, possiamo meglio apprezzare come i progetti finanziati dallo Stato siano un lavoro approssimativo, sciatto e inconcludente che risucchia progressivamente risorse dall’economia più ampia. Vi basta pensare a qualsiasi cosa fatta dallo Stato, per finire con la vostra immaginazione in qualche fallimento o spreco mastodontico, dove gli unici motori sono il clientelismo e l’ampliamento della sfera d’azione statale. Aumentando il carico fiscale da imporre agli individui, si aumentano anche le normative da rispettare che coinvolgono tale aumento. Ciò significa, a sua volta, una limitazione della libertà individuale — oltre al fatto di vedersi privati di parte dei frutti del proprio lavoro legittimamente e onestamente guadagnati.

Inoltre, tale aumento del carico fiscale impone agli individui un doppio «tributo»: la rinuncia di parte di quel che s’è guadagnato e la rinuncia a investire tale guadagno. I miglioramenti vengono quindi soppressi sotto il peso schiacciante dell’erario, che, più affamato che mai, sottrae risorse al settore privato, il quale deve abbandonare progetti d’investimento che avrebbero potuto migliorare gli standard di vita della società. I fardelli tributari e burocratici richiedono un grande esborso alle piccole e medie imprese, che si vedono private di quella linfa vitale che sfruttano per migliorare la loro offerta di beni e servizi e, di conseguenza, il benessere degli individui. In sintesi, le tasse cancellano quei beneficî che deriverebbero da un maggior accumulo di capitale. Non solo: siccome lo Stato può finanziarsi attraverso metodi quasi gratuiti, opera una concorrenza sleale nei confronti delle altre imprese, offrendo beni e servizi a prezzi stracciati senza curarsi di come ciò deturperà il panorama economico.

L’efficienza del mercato viene quindi bypassata, facendo spazio ad attività che hanno principalmente lo scopo di mantenere vivo l’apparato statale. Non attraverso i guadagni, sia chiaro. Attraverso la propaganda. Quando i pianificatori centrali producono qualcosa, lo fanno basandosi su direttive politiche. Il lancio del sito verybello.it (ebbene sì, alla fine l’ho pronunciato) è un perfetto esempio: sebbene sia altamente impopolare tra gli italiani, questo progetto è stato semplicemente spinto per dare risalto al clientelismo che si annida dietro all’Expo. Prezzi gonfiati degli appalti, costruzione di nuove strutture inutili, posti di lavoro temporanei: che cosa rappresenta l’Expo, se non una gigantesca allocazione errata di risorse materiali e umane?

La pianificazione centrale è destinata a un sempiterno fallimento, perché la dispersione delle informazioni all’interno dell’ambiente di mercato è avulsa da qualsiasi aggregazione progettata per direzionare arbitrariamente la strada su cui dovrà viaggiare l’economia. Come diceva Murray Rothbard, «solo gli individui hanno scopi e possono agire per realizzarli. Non esistono scopi o azioni di “gruppi”, della “collettività” o degli “Stati” che non avvengano per volontà d’individui specifici». Solo l’individuo può determinare quali prodotti dovrebbero essere creati, e le azioni dei produttori dovrebbero focalizzarsi sui bisogni e desiderî dei suddetti individui. I produttori non hanno scelta: il loro compito è soddisfare i clienti, perché per avere successo hanno messo a rischio il loro capitale, il loro tempo, la loro vita.

Il denaro che finisce nelle mani dei burocrati è spesso usato per sovvenzionare prodotti inutili e inefficienti. Perché? Perché non hanno messo in gioco alcun tipo di capitale. Non spendono soldi di tasca loro. Se viene fatto uno sbaglio, il progetto viene semplicemente terminato (come successo con www.italia.it), oppure viene sovvenzionato con maggior denaro finché non produrrà un risultato politicamente favorevole (come sta succedendo con verybello.it, che deve fare solo da grancassa propagandistica all’Expo). A lungo andare, però, nessun’economia può sostenere questa struttura.

Il capitalismo di libero mercato ha dato al consumatore più beni e servizi di qualsiasi altro sistema economico. È il solo sistema in cui «il consumatore è re». Se un imprenditore non soddisfà i desiderî capricciosi dei consumatori, non rimarrà in affari per molto. Questo non è il caso dei burocrati statali. Ma ora avete un monito costante che vi ricorderà ancor una volta l’inefficienza e l’inutilità della tassazione. Perché dovreste ricordarlo stavolta? Perché, sebbene verybello.it possa essere sbeffeggiato, alla fine state ridendo di voi stessi. Non dovreste essere sorpresi se questa storia diviene amaramente grottesca, poiché è questo che si ottiene quando si legittima un sistema statale che ha implicitamente carta bianca da parte dell’elettorato quando spende i proventi della refurtiva fiscale.

> Italia.it: uno spreco senza fine

 

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