La legge è uguale per tutti (ma non per l’Agenzia delle Entrate)

 

infophoto_2014-04-15_212006269_high_15_09_2011_SC_022473Non è un mistero per nessuno che la progressione di carriera sia alquanto diversa nel settore privato rispetto al settore pubblico. Nel primo si avanza su proposta dell’Azienda, che liberamente adibisce a mansioni superiori il dipendente; nel secondo, gli avanzamenti avvengono o in maniera automatica, seguendo l’anzianità di servizio (dove previsto), o superando un concorso pubblico per l’accesso alle funzioni superiori. Nel corso degli anni, però, è accaduto che in alcune PA la procedura sia cambiata per usi interni e le promozioni siano state previste non in base a un Concorso, ma per nomina diretta, contravvenendo così alle norme esistenti. Il caso più eclatante è quello che oggi è sotto gli occhi di tutti: l’Agenzia delle Entrate. Proprio così: l’Ente che si occupa di far rispettare ferreamente gli obblighi di contribuzione alle finanze della cosa pubblica, negli ultimi anni s’è arrogato il diritto d’effettuare nomine contrarie alle disposizioni normative, praticamente dichiarando che la Legge vale per tutti eccetto che per esso.

Torniamo indietro di qualche mese, a questa primavera, e osserviamo che, come un fulmine a ciel sereno, la Consulta ha dichiarato illegittime le nomine di 767 dirigenti, avvenute senza passare per Concorso. La sentenza ha una portata molto più ampia della querelle che poi s’è aperta fra Rossella Orlandi, direttrice dell’AdE, e il governo, nella figura d’Enrico Zanetti, sottosegretario all’Economia, che ne chiede le dimissioni, e non ci si riferisce alle parole del manager del Fisco, che ha ingenuamente cercato di girare il discorso su un indebolimento della lotta all’evasione fiscale, grande causa dei mali del Paese.

A parte che la questione dell’evasione è già stata trattata su queste pagine dimostrando, numeri alla mano, che l’allarme fomentato da politici e media negli ultimi anni è quantomeno esagerato e usato come scusa per distogliere l’attenzione dei cittadini/sudditi dalle vere criticità del Paese, quello che l’AdE ha mostrato è un modello di gestione del potere che mostra quanto sia disprezzato il diritto laddove implichi delle limitazioni all’azione dei burocrati, e che potrebbe avere delle ripercussioni ben più significative della ventilata richiesta di dimissione del direttore dell’AdE o dei ricorsi giudiziali aperti dagli ormai ex dirigenti. Anche se la bufera che s’è scatenata ha comportato da più voci la richiesta di dimissioni dell’Orlandi, non è a lei che si dovrebbe imputare il caos che le nomine extra-concorso hanno generato. Nasce tutto dalla gestione precedente, quella del più famoso Attilio Befera, che ha retto AdE ed Equitalia fino allo scorso anno.

In quel periodo s’è iniziato a gestire l’Agenzia come se fosse una società di diritto privato, quindi nominando a incarichi di responsabilità persone di fiducia, senz’alcun ricorso all’iter previsto dalla legge. Forse, un po’ di confusione ha attanagliato l’allora direttore e il suo staff, trovandosi a gestire sia un Ente pubblico, l’AdE, sia una società di capitali, Equitalia SpA, e magari i concorsi li hanno effettuati per le cariche dirigenziali nella società di riscossione, invertendo gli obblighi e le possibilità che la legge prevede.

Scherzi a parte, il sistema di nomina “a chiamata” o per “cooptazione” che s’è verificato all’AdE è assolutamente illegittimo, a legge vigente, e per questo è stata corretta la decisione della Consulta nell’annullare le nomine dei dirigenti in questione. Ora, però, si apre uno scenario particolare, che si differenzierà a seconda della decisione che il Governo e il Parlamento prenderanno in merito alla vicenda. Se optassero per una sanatoria, si creerebbe un precedente pericolosissimo che legittimerebbe la completa discrezionalità nella nomina dei vertici nella PA e negli altri Enti pubblici, sancendo nell’ordinamento italiano il principio che, parafrasando La fattoria degli animali, “la legge è uguale per tutti, ma qualcuno è più uguale degli altri”.

Se invece si optasse per il rispetto delle sentenze e della legge — cosa che l’attuale maggioranza di governo dovrebbe moralmente fare, dopo i mille e più richiami alla legalità fatti negli scorsi anni — si aprirebbe un piccolo problema sia per l’AdE, che dovrebbe aprire nuovi concorsi per rinominare i dirigenti decaduti rimanendo nel frattempo priva di una direzione, sia per il fisco stesso.

Le sentenze della Corte costituzionale hanno efficacia ex tunc, quindi sono retroattive. Questo implica non solo che i dirigenti decaduti avrebbero l’obbligo di rifondere gli emolumenti illecitamente percepiti nel corso degli anni, ma anche che tutti gli atti da loro firmati sarebbero illegittimi, comprese le cartelle esattoriali. Chiunque avesse ricevuto una cartella controfirmata da uno di questi soggetti, quindi, avrebbe in mano un atto nullo e non sanabile, ottima notizia per chi lo ricevesse in questo periodo o si trovasse in contenzioso col fisco. Lo stesso ragionamento varrebbe per tutte quelle cartelle già saldate e che quindi dovrebbero essere risarcite ai contribuenti. Difficile calcolare quanto questo possa pesare sui conti pubblici, ma potrebbe benissimo trattarsi di miliardi d’euro, e la faccenda, aperta da una pratica illecita della direzione dell’AdE, potrebbe essere solo agli inizi.

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