Terrorismo islamico: origine, sigle, evoluzione

 

L’ascesa dell’islamismo radicale dagli anni Settanta in poi ha rappresentato uno degli elementi più rilevanti, in termini geopolitici, negli equilibri mondiali. Un fenomeno non convenzionale, difficile da affrontare e da comprendere, senza dubbio una delle incognite più preoccupanti anche nel ventunesimo secolo. Non è semplice tracciare una linea di confine tra un’organizzazione terroristica e il panorama politico istituzionale presente in tali realtà. Una difficoltà che si è palesata anche di recente, con il Governo americano incapace di confermare la matrice islamista delle violenze di piazza e dell’assalto all’ambasciata USA in Libia a seguito delle proteste per un film su Maometto considerato blasfemo dalla comunità musulmana. L’islamismo radicale ha dimostrato, in questo caso, di poter svolgere comunque un ruolo distruttivo, cavalcando con successo l’indignazione popolare nella frattura tra il principio della libertà d’espressione caro all’Occidente ed alcuni precetti della fede musulmana.  Una “incomprensione di civiltà” che si costituisce come diffusore di consensi per l’islam radicale, e che è stata sapientemente spiegata in tre punti da Bernard Selwan el Khoury in un articolo pubblicato in Italia su Limes.

Per prima cosa alla “Umma” islamica sunnita manca completamente un’organizzazione centrale in grado di esprimere un’interpretazione unica dei testi che allontani l’imbarbarimento della fede. Quest’assenza facilita agli estremisti la diffusione d’interpretazioni violente del corano come se fossero delle verità. Il secondo punto è il rapporto tra Islam e idolatria, considerata nelle sacre scritture ancor più negativamente rispetto alla miscredenza. Da ciò deriva la proibizione assoluta di rappresentare in qualunque modo, con immagini o statue, la figura di Maometto che è, per l’appunto, un Profeta e non la divinità Allah. Infine, il terzo punto è rappresentato dalla situazione sociopolitica e geopolitica in cui vivono le masse arabe. Uno status in cui sono pesantemente influenzabili da leader politici che strumentalizzano gli eventi o addirittura da organizzazioni che fanno della violenza terroristica il proprio business.

Questi tre fattori sono indispensabili per capire cosa può spingere la folla islamica a sostenere gesta che rischiano di degenerare nella barbarie gratuita. L’indignazione popolare, le recriminazioni verso l’occidente, l’assenza di una leadership religiosa centralizzata, sono quindi le fondamenta del sostegno popolare all’opzione estremista, un cocktail devastante in grado di seminare instabilità in tutto il Medio Oriente.

Al di là dei risvolti sociopolitici, le organizzazioni jihadiste come Al Qaeda, si nutrono anche dell’insofferenza di parte dei musulmani che vedono con frustrazione la contraddizione tra la visione di popolo “eletto” presente nelle sacre scritture, con la realtà di sottosviluppo e l’incapacità a svolgere un ruolo dominante negli equilibri regionali. Oltre agli islamisti, anche i leader politici tendono a cavalcare simile insofferenza: è passata alla storia la fatwa di Khomeini verso Salman Rushdie, mentre è attualissima la taglia di 100 mila dollari posta da un ministro del governo pakistano sulla testa del finanziatore del filmino su Maometto.

Ma ciò che più alimenta l’opzione islamista è la promessa di una nuova era islamica. La ricetta proposta dallo jihadismo per ritornare a svolgere questo ruolo egemonico è semplice quanto illusoria: il ritorno allo spirito e istituzioni delle origini, il ritorno al grande califfato fondato dal profeta Maometto. La guerra santa, l’utilizzo della spada, la Jihad, sono il mezzo attraverso il quale uscire dallo stato di minorità.

Oggi, la Jihad, è una struttura diffusa, composta da innumerevoli sigle, sparse in tutto il globo e responsabili di una parte enorme delle vittime del terrorismo mondiale. Tali gruppi non sono sempre organizzati tra loro, e solo Al-Qaeda presenta un abbozzo di struttura centralizzata.

Come ben sintetizzato in un’analisi di Francesca Blasi su Eurasia, il fenomeno del terrorismo islamico non è, quindi,  “un elemento inquadrabile all’interno di una stessa cornice, da una parte perché esso si compone di una galassia di gruppi che perseguono obiettivi e strategie diverse, benché accomunati dalla medesima ideologia, e dall’altra perché esso stesso ha subito dei cambiamenti in questi dieci anni, arricchendosi di nuovi elementi”.

Ciò che è quindi possibile stabilire, sulla base di tale “medesima ideologia”, è un identikit base di un gruppo radicale islamico. Un primo elemento comune è il rifarsi all’autentica e letterale interpretazione coranica. Un secondo elemento è la riproposizione del modello del califfato come istituzione gloriosa dell’Islam di cui è necessaria l’attuazione per riportare la Umma ai fasti del passato. Il terzo elemento è più legato alle contingenze geopolitiche, ed è la forte avversione nei confronti degli Stati Uniti (il cui presunto imperialismo avrebbe condannato all’arretratezza l’Islam) e Israele (considerato dai militanti un cancro da estirpare dal Medio Oriente). Il quarto e ultimo elemento è invece sociologico, ed è la reinterpretazione, in chiave dietrologica e complottista, della storia recente: un disegno orchestrato da cristiani e sionisti per cancellare l’Islam per sempre. Particolarità che si legano a un ulteriore elemento distintivo più legato alla realtà sciita, ovvero l’attesa messianica di un nuovo risorgimento.

Per capire meglio quali minacce incombono sulla sicurezza internazionale, è utile passare in rassegna le principali sigle terroristiche in attività:

1)  Al-Qaeda. E’ una rete di terroristi di matrice sunnita legata alla scuola radicale neo-hambalita presente in più di sessanta paesi nel mondo e nata in Afganistan ai tempi dell’invasione sovietica. Salita alla ribalta delle cronache internazionali a causa degli attentati dell’11 Settembre, è stata guidata dalla leadership del saudita milionario Osama Bin Laden. La missione di Al-Qaeda è la difesa dell’Islam originario dalla minaccia sionista/occidentale e dai governi moderati musulmani. Oltre che agli attacchi alle Torri Gemelle, Pentagono e aerei di linea del 2011 negli Stati Uniti, il gruppo è responsabili di innumerevoli e sanguinosi attentati che, negli ultimi anni, hanno duramente colpito l’Iraq, l’Afganistan, l’Egitto, lo Yemen, la Somalia, il Libano, l’Indonesia, e in Europa la Spagna e la Gran Bretagna.

2)  Fatah al-Islam. E’ un gruppo radicale islamico nato nel 2006 in un campo profughi del Libano da una costola del partito Al-Fatah. I militanti del movimento sono stati genericamente descritti come jihadisti vicini ad Al-Qaeda. L’obiettivo del gruppo è sottomettere tutti gli abitanti dei campi profughi al dominio della sharia, la legge islamica. Nemici giurati di Fatah al-Islam sono gli Stati Uniti e Israele. Alcuni militanti del gruppo hanno confessato le proprie attività terroristiche che hanno causato decine di morti in tutto il Libano.

3)  Hamas. E’ uno dei più noti gruppi islamisti, nato durante la prima intifada nel 1987, strutturato anche come partito e organo di governo nella striscia di Gaza. L’utilizzo di attentati suicidi e il lancio di razzi nel territorio israeliano sono le operazioni terroristiche che più contraddistinguono il gruppo. Obiettivo di Hamas, affermato anche nel proprio statuto, è la completa distruzione di Israele, nonché il sabotaggio di ogni piano di pace. Nonostante le proteste di chi vede Hamas come un movimento di liberazione nazionale, il gruppo è stato classificato come “terroristico” da Unione Europea, Canada, Stati Uniti e Israele.

4)  Jaljalat. E’ un gruppo salafita attivo a Gaza dal 2007, nato dall’unione di fuoriusciti di Hamas e da un altro gruppo terroristico locale vicino ad Al-Qaeda. Il movimento è noto per aver tentato con insuccesso l’assassinio dell’ex Presidente USA Jimmy Carter.

5)  Brigate dei Martiri di al-Aqsa. E’ un gruppo armato con base in Cisgiordania vicino al partito Al-Fatah fondato da Arafat. A causa della sua attitudine a uccidere i civili è stato catalogato come gruppo terroristico da Israele, Canada, USA, UE e Giappone. Nonostante la chiara origine religiosa del nome, questo gruppo è considerato un’organizzazione nazionalista e laica.

6)  Jihad Islamico della Palestina. Nato a Gaza negli anni Settanta, attualmente il gruppo agisce come braccio armato del fronte siro-iraniano nella guerra contro Israele. Collegato a Hezbollah, Damasco e Teheran, riceve ingenti finanziamenti per le sue operazioni finalizzate alla distruzione dello stato israeliano. Le menti del gruppo risiedono all’estero, in Libano, Siria e Iran, e si rifiutano di collaborare con le autorità palestinesi rigettando qualsiasi apertura. L’organizzazione del movimento è stata indebolita negli anni rimanendo, tuttavia, attiva nel territorio.

7)  Hezbollah. Il “Partito di Dio”, è un movimento politico sciita libanese nato nel 1982, dotato di ramificazioni organizzate che si occupano anche di servizi sociali, formazione, ospedali e agricoltura. Hezbollah possiede anche un’ala militare nota per aver compiuto azioni di carattere terroristico con l’assassinio di centinaia di civili in Israele e Libano. Stati Uniti, Israele, Egitto, Canada e Australia considerano Hezbollah un movimento terroristico a tutti gli effetti, mentre resta più ambigua la posizione dell’UE che si è rifiutata di qualificare in tal modo l’organizzazione, pur accusandola di aver condotto “attività terroristiche”. In gran parte del mondo arabo il gruppo è invece considerato un partito politico e un movimento di resistenza. Sono noti i legami stretti tra Hezbollah, regime siriano e governo iraniano.

8)  Al-Shabaab. Noto anche con i nomi di Ash-Shabaab, Hizbul Shabaab e Movimento di Resistenza Popolare nella Terra delle Due Migrazioni (MRP), è un gruppo islamista rivoluzionario costituitosi in Somalia a seguito della sconfitta dell’UCI (Unione delle Corti Islamiche) da parte del Governo somalo Federale di Transizione (GFT) e dei suoi alleati come l’Etiopia. Al-Shabaab (“gioventù”) agisce come vero e proprio movimento insurrezionalista che conduce attentati e attacchi mirati a rovesciare le fragili istituzioni locali e cacciare le forze di pace internazionali. Finanziato anche attraverso le attività di pirateria, si pone come fine ultimo l’applicazione della sharia in tutto il territorio somalo. Al Shabaab è attualmente in forte difficoltà a causa dell’effetto delle forze incrociate somale e internazionali e, secondo le ultime fonti, starebbe per perdere anche l’ultimo baluardo di territorio controllato dai suoi miliziani.

9)  Ansar al-Islam. E’ un movimento radicale islamico sunnita di etnia curda, sviluppatosi nel 2003 durante l’invasione USA dell’Iraq e poi scissosi in diversi sottogruppi tra i quali il noto Ansar al-Sunna, responsabile di diversi sanguinosi attentati contro le forze americane nel territorio. Obiettivo del gruppo è quello di rovesciare le istituzioni e gli storici partiti curdi, oltre che l’applicazione della legge islamica.

10)  Gamaat Islamiya. Conosciuto anche come Jamaat al Islamiya, è uno storico movimento islamista egiziano responsabile della clamorosa uccisione dell’ex Presidente Sadat nel 1981, oltre che della morte di centinaia di civili, decine di poliziotti e turisti. Il gruppo, il cui leader Omar Abd al-Rahman è recluso nelle carceri egiziane, avrebbe rinunciato alle attività violente nel 2003. Tuttavia, negli ultimi anni, sarebbero emerse prove di una vicinanza ad Al-Qaeda, tanto da farlo confermare come movimento terroristico da Stati Uniti, Unione Europea e dallo stesso Egitto.

11)  Al-Jihad. Noto anche come Jihad islamico egiziano (JIE) e al-Jihad islamico, è una organizzazione terroristica egiziana nata da una costola dei Fratelli Musulmani alla fine degli anni Settanta che si pone come obiettivo il rovesciamento delle istituzioni secolarizzate per far posto alla sharia. Il JIE è considerato a più livelli (Nazioni Unite, UE, Russia, USA, Israele, ecc) in tutto il mondo come un gruppo associato ad Al-Qaeda. Oggi il movimento è in serie difficoltà dopo aver subito un’offensiva di arresti e processi in tutto il mondo.

12)  Jemaah Islamiya. E’ un gruppo terroristico con base in Indonesia nato nei primi anni novanta per stabilire, attraverso la guerra santa, la legge islamica in Thailandia, Malesia, Singapore, Indonesia, Brunei e nei territori con minoranze islamiche nel Sud delle Filippine. Il movimento è responsabile di innumerevoli e sanguinosi attentati verso target occidentali. Il più efferato e famoso attentato è stato quello in due locali di Bali nel 2002 che causò 202 vittime civili tra turisti e inservienti. In seguito Jemaah Islamiya è riuscita a colpire molti obiettivi, tra i quali l’Hotel Marriott a Giacarta (12 morti), l’Ambasciata Australiana (11 morti), attacchi suicidi a Bali nel 2005 (22 morti) e in due Hotel sempre a Giacarta nel 2009. Le autorità dei paesi colpiti hanno attuato una feroce repressione del gruppo, con centinaia di arresti che ne hanno minato l’operatività e capacità d’azione nel territorio.

13)  Harkat-ul-Mujahideen. E’ un’organizzazione islamista sunnita che opera in Pakistan, nello specifico nel Kashmir nella storica questione indo-pakistana relativa al controllo del territorio.  Gli Stati Uniti hanno definito “terroristico” il gruppo nel 1999 a causa dei legami con Osama Bin Laden e Al-Qaeda. E’ molto probabile che il gruppo abbia legami con i servizi segreti pakistani dell’ISI.

14)  Jaish-e-Mohammed. E’ la più grande organizzazione jihadista presente nel Kashmir, le cui attività terroristiche sono mirate a separare l’intera regione dall’India. Anche questo gruppo ha appoggi importanti in Pakistan.

15)  Jundallah. Conosciuto anche come People’s Resistance Movement of Iran (PRMI), è un movimento insurrezionale che lotta contro l’egemonia sciita in Iran per difendere I diritti della minoranza sunnita. Ha causato centinaia di vittime civili iraniane e probabilmente avrebbe legami con la rete qaedista. Nonostante gli Ayatollah iraniani speculino su presunti aiuti di Washington al gruppo, Jundallah è considerato a tutti gli effetti anche dagli USA come un gruppo terroristico.

16)  Kata’ib Hezbollah. Denominato anche “Brigate di Hezbollah”, è uno dei vari gruppi terroristici sciiti operanti in Medio Oriente. Attivo dall’invasione USA in Iraq, riceverebbe finanziamenti da parte del regime di Teheran e dall’omonimo movimento radicale libanese. Il gruppo è noto per la pubblicazione sul web immagini e video delle proprie operazioni, che consistono in attacchi suicidi, ordigni esplosivi e rapimenti. Grazie ai finanziamenti iraniani, Kata’ib Hezbollah riuscirebbe a versare stipendi ai propri guerriglieri in una cifra che va dai 300 ai 500 dollari.

17)  Boko Haram. Conosciuto anche come “People Committed to the Propagation of the Prophet’s Teachings and Jihad”, è un violento gruppo islamista fondato da Mohammed Yusuf nel 2001, con sede nel nord della Nigeria. Scopo dell’organizzazione è rovesciare le istituzioni politiche, la cultura secolarizzata e l’influenza del cristianesimo. Boko Haram è noto per le proprie attività terroristiche che consistono nell’assassinio indiscriminato di cittadini di fede cristiana e nell’attacco e distruzione di chiese e altri simboli religiosi: violenze salite alla ribalta internazionale per la propria efferatezza nel 2009. Tra il 2011 e i primi sei mesi del 2012, il gruppo è stato responsabile della morte di più di mille persone.

Queste organizzazioni sono la causa delle migliaia di attacchi terroristici compiuti nel mondo, che hanno causato più di diecimila morti nell’ultimo anno. Secondo i dati pubblicati nel report del 2011 del National Counterterrorism Center, le nazioni in  testa alla drammatica classifica del numero di vittime di attentati sarebbero l’Afganistan (3353 morti), l’Iraq (3063 morti), il Pakistan (2033 morti) e la Somalia con 1101 morti. Da notare, che il numero delle vittime totali per stato, sono sempre superiori rispetto al dato sugli attacchi terroristici compiuti. Unica eccezione è Israele, che su 189 attacchi terroristici presenta pochissime vittime, a dimostrazione del successo, in termini di sicurezza, della costruzione del muro difensivo.

A questo punto dell’analisi, l’interrogativo più importante è quello sullo stato di salute del terrorismo internazionale. L’islam radicale è oggi in fase di ascesa o di declino? Una domanda che esige una risposta articolata. Sono trascorsi quattordici anni dai sanguinosi attentati dell’11 settembre, dalla dimostrazione più tragica e spettacolare dell’insidia jihadista. Attentati pensati ed attuati come una vera e propria dichiarazione di guerra al modello culturale e politico dell’Occidente. Da allora, il terrorismo islamico ha avuto una fenomenologia quasi sinusoidale che l’ha portato a un vertiginoso incremento negli attacchi e soltanto negli ultimi anni a un progressivo ridimensionamento. Il terrorismo islamista è oggi forse più forte rispetto ai tempi degli attacchi al World Trade Center, ma certamente più debole rispetto ai mesi più cruenti della guerra al terrore.

I dati raccolti nel report del National Counterterrorism Center confermano infatti una diminuzione degli attacchi globali: il numero totale di attentati nel 2011, è sceso di quasi il 12 per cento rispetto al 2010 e quasi del 29 per cento dal 2007. Tali dati dimostrano che la teoria dell’orientalista e politologo francese Gilles Kepel esposta nell’opera “Jihad. Ascesa e declino” del 2004, era diretta nella giusta direzione quando indicava che i movimenti integralisti erano destinati a svolgere un ruolo marginale nel futuro delle società musulmane. Ciò non significa, ovviamente, che i gruppi jihadisti stiano chiudendo i battenti. Le principali organizzazioni risultano, infatti, ancora in attività, sebbene stremate da anni di offensiva antiterroristica portata avanti da quasi tutti gli apparati statali entrati in contatto con tale minaccia. Per sopravvivere, l’islamismo radicale, ha così dovuto spesso diversificarsi, seguire l’esempio di Hamas e Hezbollah, strutturando ramificazioni politico-solidali e arrivando perfino, in alcuni casi, ad annunciare la cessazione delle proprie attività violente.

La guerra al terrorismo è quindi lontana da una vittoria definitiva e completa. L’islamismo radicale è altrettanto lontano da un precoce tramonto. Nonostante questo, resta incoraggiante il dato sulla progressiva diminuzione di attentati e vittime del terrore: elementi che provano quanto questa sfida possa essere vinta annullando una delle minacce più serie alla sicurezza internazionale.

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