Energia, quello che le bollette non dicono

 

LampadinaAccendere la luce, prender l’auto per andare al lavoro, farsi una bella doccia calda: sono azioni quotidiane, alle quali non diamo peso. Leonard Read, nel suo celebre saggio «I, Pencil», ci fa riflettere su quanto possa essere complessa l’origine delle cose che ci circondano. Vi siete mai domandati da dove provenga tutta l’energia che alimenta la nostra vita d’ogni giorno? L’intento di quest’articolo è duplice: fare chiarezza circa le fonti d’energia che alimentano il nostro Paese — considerando la produzione nazionale, le importazioni e le esportazioni — e, nella seconda parte, analizzare l’ultimo documento di Strategia energetica nazionale, pubblicato nel 2013, per capire quali misure e obiettivi l’Italia intenda perseguire entro il 2020 in armonia con le politiche europee.

Il primo dato da tenere a mente è che l’Italia è un’importatrice netta d’energia: ci tocca acquistare dall’estero, giacché la produzione interna non riesce a soddisfare le necessità del Paese. Secondo l’Eurostat, nel 2012 ben l’81,3% del consumo lordo d’energia era costituito da importazioni: l’Italia è in quinta posizione nell’Europa dei 27 in quanto a dipendenza energetica. Buona parte delle importazioni proviene da o passa attraverso Paesi molto instabili politicamente: basti pensare che nel 2010, alla vigilia d’una guerra civile in Libia, l’Italia importava da quest’ultima il 13% del totale del gas e il 22% del totale del greggio d’importazione.

Tenendo a mente questo dato, passiamo ad analizzare nel dettaglio il nostro «Paniere» o «Mix» energetico: nel 2012, secondo il Bilancio Energetico Nazionale stilato dal Ministero dello Sviluppo Economico, in Italia si sono prodotte 1.516.078*10^9 kcal, si sono importate 1.625.389*10^9 kcal, e se ne sono esportate 301.754.

> Green economy, energia al verde

Tenendo in considerazione le fonti primarie, cioè quelle direttamente utilizzabili per esser convertite in energia, e calcolando i consumi come (Produzione + Importazioni − Esportazioni), s’evidenzia un uso massiccio di combustibili fossili: 43,7% di greggio e semilavorati, 33,4% di gas naturale, 8,7% di carbone. Seguono, con distacco: 5% d’energia idraulica (Centrali idroelettriche), 3,8% d’energia da impianti eolici e fotovoltaici, 1,9% di legna, 1,4% di biomasse, 0,8% di rifiuti, 0,7% di biodiesel e 0,7% d’energia geotermica.

Quest’ultima categoria, le cosiddette «Fonti alternative» (da non confondersi con le «Fonti rinnovabili», quelle che per natura o per intervento umano possono essere considerate inesauribili, identificabili in eolica, geotermica, idroelettrica, marina, solare e biomasse), presenta una particolarità: la produzione interna supera di molto le importazioni, con 244.508*10^9 vs. 21.217*10^9 kcal. I dati totali circa le fonti primarie, in kcal: 400.531*10^9 di produzione, 1.489.521*10^9 d’importazioni, 23.874*10^9 d’esportazioni.

Discorso a parte meritano le fonti secondarie, quelle cioè non direttamente disponibili in natura ma ottenibili a partire da fonti d’energia primaria: per esempio le benzine, che derivano dal petrolio, oppure l’energia elettrica nel suo complesso. In questa categoria, a farla da padrone sono GPL, benzine e distillati, 57,2% delle fonti secondarie consumate. Segue l’energia elettrica, 26,2%, che include anche l’energia prodotta nelle centrali nucleari estere e poi importata nel nostro Paese. Completano il quadro, con netto distacco, gas d’officina/altoforno, coke e gas di cokeria, complessivamente 3,8%, e infine il carbone di legna, 0,4%. Nell’àmbito delle fonti secondarie, l’Italia può vantare una bilancia commerciale in attivo, riconducibile alla vocazione del Paese come sede di numerosi impianti di raffinazione di prodotti petrolchimici. Qui i dati, espressi in kcal: 1.115.547*10^9 di produzione vs. 135.868*10^9 d’energia importata. Le esportazioni ammontano a 277.880*10^9.

Il settore delle Fonti rinnovabili ha conosciuto un sensibile incremento nell’ultimo decennio, in relazione a un accresciuto interesse verso i temi ambientali e a forti incentivi nazionali ed europei a investire nel settore. Il documento di Strategia energetica nazionale (SEN) pubblicato nel marzo 2013 identifica sette priorità che l’Italia dovrà affrontare entro il 2020 ed entro il 2050: la numero 3 riguarda proprio lo «Sviluppo sostenibile delle energie rinnovabili». Le scelte di fondo per dare concretezza a questo principio: un piú equilibrato bilanciamento tra le diverse fonti rinnovabili, in particolare in favore delle termiche; sostenibilità economica dello sviluppo del settore, con allineamento dei costi d’incentivazione a livelli europei e graduale accompagnamento verso la grid parity, cioè il punto in cui l’energia elettrica prodotta a partire da fonti d’energia alternative ha lo stesso prezzo di quella prodotta attraverso fonti tradizionali, le fonti fossili; preferenza per le tecnologie con maggiori ricadute sulla filiera economica nazionale; progressiva integrazione delle fonti rinnovabili col mercato e la rete elettrica.

Quale l’impatto economico di queste misure? Un incremento della spesa per gl’incentivi, passando dai 10 agli 11,5–12,5 miliardi d’euro l’anno, con una stima di costo per il sistema d’1,1 miliardi d’euro l’anno.

Passiamo ora ad analizzare gli altri obiettivi individuati dal SEN.

Aumento dell’efficienza energetica, con una riduzione dei consumi energetici primari del 24% tra il 2005 e il 2020, superiore all’obiettivo prefissato dall’Unione europea, attraverso il ricorso a diversi mezzi: normative rinnovate, incentivi, detrazioni fiscali, certificati bianchi (o Titoli d’Efficienza Energetica, TEE, titoli negoziabili che certificano il conseguimento di risparmi energetici negli usi finali d’energia attraverso interventi e progetti d’incremento d’efficienza energetica), rafforzamento dei controlli e delle sanzioni in caso di violazione delle normative vigenti, un ampio programma di comunicazione e sensibilizzazione, agevolazioni finanziarie per la promozione di progetti di ricerca. Misure che dovrebbero garantire una diminuzione delle emissioni di CO2 e una riduzione delle importazioni, con un risparmio in bolletta stimato a 8 miliardi d’euro l’anno.

Secondo punto del SEN: «Sviluppo del mercato e dell’hub del gas nell’Europa meridionale», attraverso garanzie di sicurezza e diversificazione delle fonti d’approvvigionamento con la costruzione d’infrastrutture strategiche, completa integrazione col mercato e la rete europea, cosí da consentire all’Italia di diventare un Paese d’interscambio e d’esportazione. Misure che acquisiscono un’importanza ancor maggiore se si considera che tra il 2010 e il 2035 è previsto un aumento delle importazioni nette in Europa del 189% e tenendo a mente la condizione d’importatore netto che caratterizza il nostro Paese. Tali misure sono ritenute poter avere un’influenza favorevole ai consumatori in quanto a costi della bolletta energetica: beneficî per 6,5 miliardi d’euro l’anno al 2020, non tenendo conto dei costi incrementali attesi.

Il quarto punto del documento, «Sviluppo delle infrastrutture e del mercato elettrico», merita un’attenzione particolare: si parla qui d’«allineamento dei prezzi e dei costi dell’energia elettrica a quelli europei». In Italia, l’energia costa in media il 77% in piú che in Germania. L’analisi della composizione del gap di costo ci mostra le criticità su cui s’intende intervenire: un’elevata spesa per incentivi alle fonti rinnovabili elettriche (9% del gap), prezzi del gas piú elevati dei nostri principali competitori (21% del gap), oneri di sistema come le spese per lo smantellamento degl’impianti nucleari e regimi tariffari speciali. È in questo contesto che possiamo collocare l’obiettivo d’«eliminare progressivamente tutti gli elementi di distorsione del mercato», quali: revisione delle agevolazioni a specifici segmenti di clientela i quali risultano svantaggiati dall’attuale sistema (v. piccole e medie aziende a elevata incidenza di consumi elettrici); revisione nelle voci degli «altri oneri di sistema»; maggiore razionalizzazione della distribuzione dell’elettricità; progressiva modificazione del paniere energetico, con una diminuzione di gas e petrolio e un aumento del ricorso alle rinnovabili.

Il piano prevede inoltre la «Ristrutturazione della raffinazione e della rete di distribuzione dei carburanti»: un punto importante, giacché nel contesto europeo l’Italia è seconda solo alla Germania in quanto a capacità di raffinazione di petrolio greggio. Un apparato di raffinazione che si trova in crisi sia per la diminuzione d’estrazione di greggio domestico sia per la concorrenza delle raffinerie asiatiche, piú competitive.

La volontà d’investire nel settore delle rinnovabili non esclude il sostegno a una produzione sostenibile d’idrocarburi nazionali, con un incremento di 7–8 punti percentuali della copertura del fabbisogno nazionale, nel rispetto dei piú elevati standard ambientali e di sicurezza internazionali. Il documento sottolinea l’impegno a non perseguire progetti in àmbito shale gas o comunque in aree sensibili — impegno di cui non si fidano gruppi d’ambientalisti come quelli che lo scorso 4 luglio hanno protestato a Mondello, in Sicilia, per denunciare i pericoli che potrebbero derivare dalle trivellazioni che sono state avviate nel canale di Sicilia. Questi investimenti mirano a un rafforzamento dei poli energetici/industriali e a un incremento economico-occupazionale.

Infine, una modernizzazione del sistema di governance che permetta di rafforzare la partecipazione italiana ai processi decisionali che riguardano scelte a lungo termine e definizione degli strumenti normativi; semplificazione del coordinamento a livello nazionale tra Ministero, enti, gestori di reti e servizi; coordinamento tra Stato e Regioni in materia di funzioni legislative e tra Stato, Regioni ed Enti locali per le funzioni amministrative in modo da poter offrire un quadro di regole certe e una semplificazione e accelerazione delle procedure autorizzative.

Last but not least, un occhio di riguardo alla ricerca e all’innovazione: la volontà è di «rafforzare l’entità delle risorse pubbliche ad accesso competitivo, destinate al partenariato tra università e centri di ricerca», in particolare per finanziare la ricerca sulle tecnologie rinnovabili innovative e sui metodi di cattura e confinamento della CO2.

Il piano potrà convincere o no, ma è lo scenario che ci aspetta di qui al 2020. Misure che ci promettono dei risparmi e dei miglioramenti complessivi in un settore d’importanza vitale. Solo le bollette di qui a otto anni potranno dirci la verità.

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