“Caso” Corona, quando lo spettacolo supera la realtà

 

coronaDa un po’ di tempo la spettacolarizzazione dei processi ha avuto come immediata conseguenza la nascita di un’ampia comunità di scienziati del diritto. In ogni bar d’Italia, per ogni commissario tecnico della Nazionale, c’è almeno un giureconsulto. La vicenda Corona s’inserisce perfettamente in questa particolare passione. Negli ultimi giorni, i media si sono lanciati in un’interessantissima campagna di minimizzazione dei reati commessi e di sensibilizzazione per lo stato di depressione in cui l’ex fotografo-che-non-ha-mai-scattato-foto versa a causa della detenzione. Tanto interesse è nato dalla decisione della Cassazione di negargli lo sconto di pena, espressione più consona a un’amministrazione della giustizia di tipo aragonese che a un sistema ispirato — almeno teoricamente — al principio di legalità, richiesto dalla sua difesa. In pratica, i media nazionali hanno voluto sostenere, più o meno direttamente, che i giudici abbiano desiderato vendicarsi dell’arroganza mostrata da Corona durante i vari processi.

Tuttavia, la decisione del Supremo Collegio non è svincolata dalle regole del diritto, che espressamente permettono di cumulare le pene e ottenere, quindi, una riduzione delle varie sanzioni, allorché sia provato che i reati siano stati commessi all’interno di uno stesso disegno criminoso. In pratica, il reo doveva, all’interno di un unico progetto, già aver immaginato, almeno per grandi linee, i vari reati che poi ha realizzato. Essendo questa la regola di diritto, tra l’altro ispirata al principio del favor rei, ci si rende conto che unire l’estorsione a Trezeguet con una bancarotta fraudolenta sarebbe stato alquanto difficile. Di conseguenza, la decisione della Cassazione può non piacere, ma non può essere considerata semplicemente arbitraria o frutto dell’antipatia verso l’imputato.

La polemica, poi, ha riguardato anche l’entità della sanzione, circa 13 anni, considerata un’enormità. Anche in questo caso sono volate dichiarazioni reboanti che si possono sintetizzare nel «Nemmeno per un assassino ci sono pene del genere» o nel «Nessuno va in carcere in Italia; povero Corona». Visioni della realtà completamente infondate, per chiunque passi le sue giornate in tribunale, eppure sostenute con veemenza dalle TV nostrane. Infatti, basterebbe assistere a una sola giornata d’udienza per rendersi conto che in Italia in carcere si entra con particolare facilità, spesso ben prima d’esser condannati, e che le ragioni di chi il carcere davvero lo sperimenta sono sostanzialmente connesse alla fame.

D’altra parte, nel caso Corona non stiamo parlando — come invece i media vogliono far intendere — di un unico reato, bensì di vari (e non pochi) reati. In questi casi, scattano dei meccanismi quasi automatici d’aumento di pena che prevedono un inasprimento sanzionatorio per il recidivo che può andare da un terzo a due terzi (!) della pena da infliggere. Di conseguenza, per esempio, una condanna a tre anni di reclusione in alcuni casi dev’esser aumentata a cinque. Può non piacere, ma è così.

Altro tema sotteso alla vicenda riguarda le condizioni carcerarie cui Corona sarebbe costretto, che sarebbero, a detta dei media, sproporzionate ai reati commessi e al suo precario stato di salute psichica. Anche in questo caso chi conosce il sistema carcerario, in quanto operatore del diritto, sa che nulla di strano o inconsueto sta avvenendo. Infatti, le carceri italiane sono piene di detenuti depressi, tossicodipendenti, con manie suicide o con latenti forme di schizofrenia. In realtà, c’è di più: la Corte europea ha condannato l’Italia per come da sempre tratta i detenuti, costringendoli a vivere senz’acqua, senza riscaldamenti, senza contatti con le famiglie, senza servizi igienici adeguati e con uno spazio a disposizione inferiore ai 3 mq per detenuto (in pratica, per scendere dal letto, bisogna darsi i turni). Di conseguenza, anche in questo caso può non piacere, ma è così.

Tuttavia, la vicenda potrebbe essere l’occasione per porre l’attenzione su questi problemi, che hanno valenza generale e riguardano la vita quotidiana di tante persone che non hanno la fortuna di far notizia e spesso non hanno i mezzi per difendersi nemmeno all’interno del processo da cui in realtà sono travolte principalmente a causa della loro indigenza. Si tratta degli stessi temi e domande che tanto scalpore hanno suscitato quando il protagonista è stato Corona, ma che in realtà riguardano ogni singolo detenuto che abbia ceduto un po’ di marijuana, che abbia rubato in un supermercato, che abbia venduto CD falsi o sigarette di contrabbando o che, come Corona, abbia estorto denaro, che abbia corrotto una guardia carceraria, che abbia usato banconote false, che abbia detenuto senz’autorizzazione un’arma o che abbia provato a sottrarsi all’arresto e via dicendo.

Abbiamo un sistema di pene proporzionato all’offesa al bene giuridico tutelato dalle norme penali, o rischiamo che determinati reati siano puniti ben oltre il necessario solo perché la foga popolare chiedeva pene sempre più severe? La forbice edittale — cioè la differenza tra il minimo e il massimo di pena irrogabile — rende la condanna un atto d’arbitrio dei giudici o la conseguenza del volere dei cittadini scolpito nelle leggi? La pena deve rappresentare la vendetta della società contro il reo, che quindi dev’essere rinchiuso il più possibile per non generare allarme sociale, o dev’esser volta alla rieducazione del condannato e «parametrata» su quest’obiettivo? Esiste un tetto massimo alla detenzione oltre il quale lo Stato non può andare, oppure il detenuto deve scontare una sorta di pena di morte in vita, come avviene per i condannati all’ergastolo o per chi deve scontare pene che probabilmente superano l’aspettativa di vita? Le condizioni di vita all’interno del carcere devono rappresentare il contrappasso dei reati commessi o devono comunque rispettare la dignità della persona, che, seppur abbia commesso un crimine, resta sempre un uomo? Impedire a un detenuto di lavarsi o d’avere uno spazio vitale sufficiente è o non è una forma di tortura in molti casi sproporzionata rispetto al reato commesso? È giusto progettare un sistema di pene con gli aumenti automatici causati dalla recidiva quando spesso il reato sanzionato è dettato dalla fame e, una volta che il reo esce dal carcere, continua ad avere fame? È giusto tenere in carcere o addirittura al 41-bis chi si trova in stato semivegetativo, oppure sarebbe necessario valutare se le condizioni di salute siano compatibili con la detenzione, per evitare che la disumanità del reo sia superata dalla disumanità dello Stato?

Si tratta di domande che riguardano tutti i detenuti e i cittadini italiani e, quindi, anche — e non solo, come invece appare dai media — Corona. Se la pena irrogata a Corona appare sproporzionata, si dica e si costati che non è nulla di diverso da quanto subiscono tutti i detenuti italiani. Se le condizioni di vita carceraria cui è sottoposto appaiono inumane e degradanti, si dica e si costati che non è nulla di diverso da quanto subiscono tutti i detenuti italiani. Se il suo stato di salute e la sua psiche sono messi a dura prova dalla detenzione, si dica e si costati che non è nulla di diverso da quanto subiscono tutti i detenuti italiani. Se la pena che sta scontando non è rieducativa, ma solo vessatoria e umiliante, si dica e si costati che non è nulla di diverso da quanto subiscono tutti i detenuti italiani. Se qualcuno ritiene che dall’insieme di questi elementi Corona meriti la grazia, si dica e si costati che molti detenuti si trovano nelle medesime condizioni e avrebbero diritto alla grazia; e quando la grazia non riguarda più un singolo, ma tante persone, si chiama «amnistia».

Insomma, il rumore dei media che vogliono far apparire Corona vittima del sistema giudiziario, caso più unico che raro e capro espiatorio non ha senso, perché nella sua vicenda non c’è nulla d’eccezionale, nulla di diverso da quanto succede quotidianamente nelle aule giudiziarie. Se errore c’è, è un errore che subiscono tutti i detenuti. E allora è il caso che i sostenitori di Corona si schierino dalla parte di tutte le vittime del sistema e che non pretendano un atto — questo sì — arbitrario a favore di un soggetto che può difendersi, oltreché nel processo, anche fuori dal processo. Altrimenti si rischia di chiedere alla magistratura un trattamento di favore per chi ha la capacità economica e la visibilità per mobilitare i media nazionali, dimenticandosi delle migliaia di sfortunati cittadini italiani che versano nelle stesse condizioni.

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