«Lega italiana contro il liberismo»: la Santa Alleanza del Manifesto

 

family_guy_che_guevara_peter_g_2560x1600_wallpaperno.comMettono le mani avanti, gli amici del Manifesto, quando auspicano la nascita della «Lega Italiana Contro il Liberismo» (sic). Dicono che «nasce un po’ per gioco», che «si tratta di una geografia tracciata alla buona, fondata su conoscenze personali, su rapide ricognizioni bibliografiche oltre che su qualche amichevole suggerimento. Dunque inevitabilmente lacunosa». E tuttavia non c’è da essere così modesti, perché in appena un paio di pagine riescono a sintetizzare il meglio del peggio dei luoghi comuni sinistri contro il neoliberismo. Un risultato non comune, cui si aggiunge l’incommentabile lungo elenco dei crociati incaricati d’«elaborare il progetto di controffensiva teorico-politica che la fase storica richiederebbe», che spazia con libertà e allegria da Agamben a Toni Negri, da Fusaro a Zagrebelsky, da Recalcati a Settis.

Insomma, qual è il bello del manifesto del Manifesto? La sua vaghezza, naturalmente. Il fine della chiamata alle armi sarebbe «la critica alla cultura neoliberistica, alle sue strategie e alle sue pratiche», che avrebbero imperversato negli ultimi trent’anni. Ma in che cosa si sarebbero manifestate, esattamente? Non si sa, o se si sa non si dice. Anche per questo è molto difficile obbiettare all’autore quando scrive di «fallimento storico evidente», perché non si sta parlando davvero di niente di preciso. Il neoliberismo è chiaramente responsabile di tutte le brutture di questo mondo, passate frettolosamente in rassegna perché non c’è niente da discutere, è così e basta: «la crisi economica, le disuguaglianze crescenti, l’instabilità dei sistemi politici, lo svuotamento della democrazia, le guerre come mezzo di regolazione dei rapporti internazionali, i gravi squilibri ambientali». Perché è noto che la guerra è stata inventata da Margaret Thatcher nelle Falkland; prima non esisteva.

In effetti, la peculiarità del discorso contro il liberismo è sempre questa: che il liberismo non esiste manifestamente, ma si fa conoscere solo per speculum et in aenigmate. La natura fantasmatica del pensiero neoliberale fa sì che si possa manifestare al massimo come «scheletro del dominio» tenuto in piedi da «economisti defunti» come Ayeck (sic: poi corretto in «Hayek») e Friedman, che come negromanti guidano dall’oltretomba la mano dei loro successori. (Il Marx cui in chiusura si richiama l’autore, invece, è un pensatore talmente vivo e vegeto che la sua tomba è un’attrazione turistica nel nord di Londra – e il biglietto per vederla è salato.) Il neoliberismo non appare come un insieme di pratiche politico-economiche coerenti, ma come una possessione demoniaca, una sorta d’ipnosi collettiva che orienta i comportamenti delle masse simulando la loro spontaneità. Queste proiezioni metaforiche e oblique si compendiano nella più terribile invenzione del capitale: il pensiero unico, che naturalmente non è teorizzato in alcun libro particolare, proprio per la sua natura indicibile. Il bello del pensiero unico è che è il pensiero che permette tutti gli altri pensieri, rendendoli inoffensivi: ingloba le differenze e le rende trasmissibili, confrontabili; trasforma in discorso del capitale anche il discorso contro il capitale.

La lagna è nota. Ogni discorso è ammesso perché ogni discorso è irrilevante, la magia nera del liberismo vanifica ogni sforzo d’esercitare un effetto positivo sul mondo, trattenendo tutti gli esseri viventi ad annaspare «in una società agonistica e desertificata, compulsivamente spinti nel tunnel di un unico scopo replicativo: produrre e consumare sempre di più». E che importa se è nel contesto del pensiero liberale – che ha saputo raccogliere alcune istanze del socialismo riformista – che nel Novecento s’è avuto l’allargamento dei diritti civili a fasce di popolazione fino allora escluse? Che importa se la reazione al cambiamento climatico nasce nelle democrazie liberali e non nelle dittature comuniste? Che importa se il pensiero liberale mette l’accento sulla volontà del singolo individuo di fare o non fare quello che lui ritiene essere il bene, invece di cooptarlo ad agire com’è stato deciso per lui? Tutto questo avviene entro le logiche del capitale, dunque non può essere che male. Col pensiero unico i pifferai della sinistra populista hanno trovato una fonte inesauribile.

Insomma, a leggere quest’articolo, all’inizio, veniva da ridere. L’impressione è che sia sempre tutto uno scherzo, che gli editorialisti si vestano da indiani quando scendono a giocare con gli altri bambini, per poi farsi sistemare controvoglia dalla mamma quand’è ora d’andare a cena. Contenuti tanto vaghi servono solo a rimpolpare le fila dei già innumerevoli instant book e pamphlet anti-liberali; non sono molto diversi dal sottobosco di libri sui complotti templari che uscirono dopo Il codice da Vinci. D’altra parte, un gioco è bello quando dura poco, e quando non influenza più di tanto la realtà. E se è vero che la natura di questi discorsi è talmente bonne par tout da risultare, alla fine, buona a niente, come dimostra la storia della sinistra radicale degli ultimi vent’anni, è vero anche, al contrario, che questa massa di chiacchiere ha già prodotto i suoi effetti pericolosi nel nostro Paese, non solo immobilizzandolo in dinamiche economiche ancora feudali, ma generando pericolosi rosso-bruni come Salvini e Grillo.

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